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UN SOFFIO DI VENTO: IN CAMPER TRA PROVENZA E COSTA AZZURRA

"Un soffio di vento accarezza
il mio cuore,
nella libertà del mio vagare,
per terra e per mare…"

(Mario Santini, camperista da 20 anni)

Venerdi pomeriggio. Tornare dall'ufficio e in pochi minuti decidere di partire. Puoi, se hai un camper. Subito pensi alle cose da controllare. Pensi alla cambusa, ma non è poi così importante: la spesa la puoi fare anche in viaggio. Acqua ne hai, gasolio pure e con venticinque litri di propano cucini per sei mesi. Metti a bordo le carte geografiche e il navigatore satellitare, stampi qualcosa da internet su luoghi di sosta e campeggi, vestiti pochi, tanto non vai a galà né alla prima della Scala. La moglie è già pronta, un vero fulmine… ah, si, mancano i libri: come si fa a vivere senza libri? Una corsa nello studio e arraffi un po’ di volumi, qualche dvd e vecchie cassette che non ricordi più.

Via! Sempre senza programmi precisi, solamente una destinazione di massima, il desiderio di andartene in giro, questa volta nel sud della Francia, una regione che conosci poco o affatto.

Nessun bisogno di correre, tanto la vacanza, breve o lunga che sia, inizia quando chiudi dietro di te il cancello bianco con le punte azzurre, azzurre come i cieli che ti troverai davanti.

Via! Allarghi le braccia sul volante, orizzontale e comodo come quello di un camion, sbirci i led e i pulsanti della centralina elettronica di bordo: tutto regolare. Mentre casa tua scompare dietro la prima curva e ti domandi se armadietti e frigo sono ben chiusi, sullo stereo gira una tua compilation Mozartiana.

Via! Passi il casello, l'autostrada si apre davanti a te sui limpidi gorgheggi di un'aria dal Don Giovanni. Pensi che hai settecento chilometri di autonomia-gasolio e tempo, tempo davanti a te, la migliore compagnia per condividerlo e tutta la libertà necessaria per andare ovunque, fermarsi dove è meglio e solo quando lo si desidera. Il ristorante è con te, ma lo deciderai tu se approfittare, invece, delle tante proposte che la strada offre.

Libertà. La respiri nei polmoni, te ne riempi la testa, la stringi tra le mani, la senti tua. Senza mediazioni, senza limiti che non siano il desiderio di fermarsi, uno scorcio di natura, la voglia di esser parte di ciò che ti circonda. Per un'ora o per una settimana, e dove prima c'era un lembo di prato o asfalto hai un ristorante e una camera da letto, libri da leggere e film. Anche una doccia, se ti va.

Facciamo che questa volta sarà Provenza? Certo, così tutto s'incastra bene: riunione di lavoro a Genova il venerdi mattina e saremo già sul posto la sera precedente. E' tardi, quasi mezzanotte, quando arriviamo perchè l'ufficio non ci mollava, ma che importa? Se il sonno avesse rese pesanti le palpebre si sarebbe fatta sosta a metà percorso.

Il grande parcheggio dello stadio Ferraris è mezzo vuoto; ci sono già stato altre volte e la posizione migliore è al centro, equidistante dalle due strade che lo lambiscono ma abbastanza lontana dai rumori di entrambe. Una veloce tisana calda, tappi nelle orecchie per sicurezza, tiriamo le tendine sul mondo e siamo a nanna.

Il giorno successivo, pochi gesti e, terminata la riunione, un rapido cambio d'abito fa sparire in armadio giacca, cravatta e tailleur. Pile e comodi pantaloni ne prendono il posto e iniziano le gallerie. Via una e subito la successiva: sembrano non finire mai ma negli squarci di luce che le separano s'infila un sole limpido e l'esuberanza della macchia mediterranea che per me fa rima con vacanze.

Passiamo Ventimiglia, poi Nizza, il principato di Monaco e la ressa di palazzi affastellati come scorta invernali di ceppi per il camino... brrr, che brutti! A Freijus lasciamo l'autostrada, che proprio non ci piace, e prendiamo per l'interno, verso il nord. Le statali, spesso anche le provinciali, qui in Francia sono ottime, scorrevoli e ben tenute. Perfetta la segnaletica, che ci dice sempre dove siamo; facile quindi orientarsi sulle cartine, se non si vuol lasciare il compito al navigatore che con garbo e voce vellutata suggerisce svolte e cambi di percorso.

Basse colline fitte di vegetazione simile a quella appenninica poi per una mezz'ora la natura è ibrida e a querce e carpini s'alternano i pini marittimi e i cespugli d'oleandro convivono con il bosso e il nocciolo. Il traffico è scarso, scompaiono i camper che fin dalle prime ore del giorno affollavano l'autostrada. La carreggiata è larga, sinuosa ma piacevolissima e mai, mai una buca, mai un'irregolarità sull'asfalto, così che il nostro semi-integrale Laika viaggia liscio e noi con lui.

Superiamo molti piccoli centri abitati. Nel mezzo, perchè la Francia non ha mai sentito il bisogno delle circonvallazioni, presenti solo nelle città. Scarse le case, colline a perdita d'occhio, dense di bosco giovane e, per un po', di un fitto sottobosco di profumatissimo rosmarino in fiore e timo, tanto timo. Al primo slargo mi fermo e mentre il "resto" dell'equipaggio leggiucchia sul letto, ne riempio una sporta e quell'aroma ci accompagnerà per tutto il viaggio.

Un largo spiazzo dalle parti di Sillans la Cascade ci ospita per il tempo di uno spuntino e di una pennica. A pochi metri da noi altri due camper fanno lo stesso. Apro una parte della veranda e tiro fuori un paio di poltroncine dal gavone. Sulla strada poche macchine ma molte bici, soprattutto mountain bikes. Un cartello dice che il sentiero per la cascata inizia poco avanti e in un'ora conduce sotto al salto d'acqua. Due bambini giocano con la palla, corrono e si rincorrono ma le loro voci tranquille non danno alcun fastidio. Quanta pace, sotto quei platani che a migliaia scandiranno la nostra prima vacanza nel sud della Francia!

Poche ore dopo, l'ennesimo paesino m'attira per l'aspetto particolarmente sonnacchioso. A forma di esse, come il torrente accanto al quale si distende, La Breguière appare piccolo è piacevole. File di casette vecchiotte ma in ottima salute si stringono sul lato destro e salgono, sempre più fitte, sul fianco ripido del crinale al cui culmine intravedo la silhouette di una pieve antica. A sinistra i soliti platani aprono sull'ombra di un ampio parcheggio. Segnalo (ma a chi, che non c'e' un'anima?) e giro. Mi guardo intorno. Al fondo è in sosta un autobus, poche auto attorno. Unica presenza, un bambino che pedala con energia restando alto sul sellino, quasi in piedi. Le ruote sono rosse e molto piccole e resto per un momento a guardare l'inconsapevole balletto, quel frullare allegro dentro e fuori dalle ombre frastagliate del viale, in contrasto acceso con l'immobilità di tutto il resto.

Sul lato sinistro, tra un tronco e l'altro, inaspettatamente, alcune colonnette in cemento e l'inconfondibile sagoma delle prese azzurre tripolari a norme CEE. Accidenti, penso, se funzionano, questa è davvero una culata grossa! Accosto e verifico che in effetti la corrente c'è. E se ci fosse da pagare? Mica voglio che poi dicano che il solito italiano ha fatto il furbo ma a chi domando che pare in vigore il coprifuoco più rigoroso? L'autista della corriera è appena arrivato, avvia il motore. Prima che se ne vada, domando a lui, inaugurando il mio francese, che quando vivevo a Parigi era davvero passabile.

"Mais non… mais non, vous pouvez vous engagez… pas de problème. Les prises sont là pour le marchai du mercredì mais vous pouvez vous aussi les utilizer!"

L'uomo è gentile, molto amichevole e sembra sicuro, mentre dice che pur essendo, le prese di corrente, messe lì per i banchi del mercato settimanale, posso senza dubbio utilizzarne una. Puoi vede la mia espressione esitante e, ridendo, chiarisce che di sicuro non rischio la prigione. In ogni caso, lui si chiama Henri e se qualcuno obiettasse qualcosa - aggiunge sorridendo - posso pure dire che lui mi ha autorizzato.

“Tout le monde me connait, ici, tout le monde, donc …" Fa spallucce, sorride, sale sull'autobus azzurro, dà gas e, salutando dal finestrino con il braccio, in una pernacchia di fumo grigio scompare oltre la fontana di pietra che ricorda i caduti del '15. Grazie, Henri.

Non avrei voglia di cucinare, così tentiamo una ricognizione: chissà che in tanto deserto non troviamo un ristorantino come si deve. Laggiù, per esempio, dove un'insegna colorata, l'unica accesa, balugina tra i rami bassi dei platani.

Auto parcheggiate, tutte francesi, senza alcuna eccezione, botteghe chiuse, molte porte hanno il campanello al centro del battente, piccolo come un brufolo.

Occhieggio le insegne, così domani mattina faccio un po' di spesa… Ecco la boulangerie, il forno, e anche un frutta e verdura, tra il parrucchiere e l'agenzia immobiliare la cui pubblicità rosso-blu mi aveva fatto sognare una cena tranquilla: pochi tavolini, magari una candela accesa, un promettente menù e il sorriso caldo di chi forse aspetta proprio noi. Quanta fantasia, tutte illusioni! Tanti patacchini di case in vendita, invece, qualche foto a colori e molti slogan: altro che menu promettente. Vabbè, chi se ne frega: tanto il frigo è pieno e la dispensa pure e, mentre all'ultima casa del paese passiamo sull'altro lato e torniamo sui nostri passi, già penso a cosa passerà stasera la mensa su ruote.

Insalata di lattuga e valeriana, risotto allo zafferano (in busta, che credevate?) e pecorino sardo per finire. Anche pane abbrustolito e, dopo, tisana bollente da sorseggiare mentre sullo schermo piatto scorrono i titoli di Chocolat.

Il parcheggio s'è affollato di auto e furgoni ma nessuno sembra far caso a noi e al cavo che ci collega alla presa di corrente. La mattina ce ne andiamo di buon ora ma non prima di aver rifornito la cambusa di baguettes appena sfornate e di croissants ancora caldi.

Procediamo tranquilli sulla D561 in un traffico sempre modesto. Tavernes ... Rians ... altre spruzzate di case e a Peyrolles imbocchiamo la statale N96 e la percorriamo per un breve tratto che, stranamente, ci riporta alla D561.

Ancora paesi e paesini, mentre il traffico infittisce e preannuncia l'approssimarsi di Avignon, la città dei Papi.

I viali d'accesso alla città sono larghi e comodi. Molti i camper e i caravan. Cerchiamo un parcheggio adatto alla nostra mole e percorriamo un paio di volte la strada che costeggia le antiche mura ma senza trovare uno spazio sufficiente e decidiamo di allontanarci un poco verso la periferia finchè troviamo ciò che fa per noi: un ampio parcheggio per autobus quasi deserto. Prepariamo le biciclette e attraverso i vicoli medievali dirigiamo al centro entrando dalla Port Lambert, al lato opposto a Place du Palais e a Place de l'Horloge, gremite di caffè all'aperto e di ristorantini. L'impronta turistica è forte ma inquina solo in parte il fascino di una bella città piena di storia. La visita al palazzo dura un paio d'ore, assistita dall'ausilio di registratori portatili che, al tocco di un pulsante, ci spiegano la funzione di sale e loggiati.

Il piccolo apparecchio, simile a un cellulare, racconta per sommi capi le vicende del palazzo fin da quando nel 1304 l'arcivescovo Bertrand de Got, eletto papa con il nome di Clemente V, vi si trasferì scappando da Roma con il pretesto del clima poco sano ma in realtà per sottrarsi alle forti tensioni e ai conflitti. Per 77 anni, fino al ritorno dei papi a Roma all'elezione di papa Gregorio XI, della stessa nazionalità, si assisterà a un forte controllo del papato da parte della corte francese. Molti furono in quegli anni i nuovi cardinali francesi e si manifestò chiara l'importanza della Chiesa di Roma come centro di potere e di suddivisione dei poteri sotto forma di onori, titoli, elargizione di proprietà, ecc.

Causa le tante razzie e spoliazioni, gli assedi cui fu sottoposto, la distruzione e successiva ricostruzione e i cambi di destinazione cui nei secoli fu sottoposto, tra cui quelle di ospedale e di prigione in epoca napoleonica, l'imponente complesso monumentale si mostra oggi quasi totalmente privo di arredi ma conserva chiare tracce degli antichi, originali fasti che contrastano con lo stile scarno ed essenziale di strutture che, più che una reggia e la sede papale, ricordano la possente severità di una fortezza gotico-normanna.

Ripreso possesso della nostra casetta ambulante dopo un discreto pranzo sotto il tendone esterno di un bistrot di Place de l'Horloge, torniamo in strada, diretti a sud. Il tempo non è dei migliori, piove e la temperatura si è abbassata; decidiamo quindi di lasciare Aix per una prossima visita e dirigiamo alla costa che raggiungiamo la mattina successiva dopo un pernottamento dalle parti di Le Broussan alle spalle di Tolone in un camper service. E' piccolo e già gremito di mezzi ma il proprietario di un camper francese gentilmente ci aiuta e ci sistemiamo nel poco spazio accanto a lui. La mattina dopo, mentre sto scaricando i serbatoi prima della partenza, due gendarmi cortesemente ma fermamente c'invitano a lasciare lo spazio che durante il giorno è anche parcheggio di un magazzino all'ingrosso di materiali elettrici.

La strada è tortuosa e non molto larga, attraversa boschi variegati di pini, d'abeti e di giovani querce ma non appena arriviamo in vista di un mare intensamente blu, alle spalle di Tolone, ricompare la macchia mediterranea mista a una ricca vegetazione subtropicale in cui non mancano neppure i banani con tanto di frutti. La temperatura è quasi estiva, forse dieci gradi superiore al giorno precedente, le spiagge sono inaspettatamente gremite di gente che prende il sole e fa il bagno.

Un po' saturi di montagne e di boschi scegliamo di restare sulla litoranea e, nei pressi di Hyères, di inoltrarci sullo stretto istmo che collega la terraferma con la penisola (un tempo isola) di Giens, in qualche modo simile all'Argentario ma secondo me assai più bella e meno invasa dal cemento.

La giriamo lentamente, fino ad arrivare alla Tour Fondu, sulla costa sud, piccolo porto d'imbarco per l'isola di Porquerolles. Il paesaggio è singolare e affascinante e l'ambiente marino convive accanto a una laguna interna che ricorda le valli del Po. Costeggiamo alcuni campeggi semivuoti e di aspetto molto gradevole ma è ancora presto e decidiamo di procedere oltre e di trascorrere la notte dalle parti del profondo golfo di Saint Tropez, una cinquantina di chilometri più a est.

Oltre Cap Benat si estende la Corniche des Maures, una zona di rocce dalla tinta violentemente rossa, come la terra dei campi da tennis o come quella di tanta parte del continente indiano. Il color ruggine acceso contrasta meravigliosamente con la lussureggiante vegetazione e con le mille variazioni di azzurro, turchese e blu di un mare che lungo la costa rompe su infinite piccole calette che dalla strada a volte possiamo solo intuire. Lunghe fughe di scalini sono state intagliate nella roccia e splendidi elissi di sabbia appena si scorgono in basso tra gli scogli e ricche residenze alcune delle quali abbarbicate alle rocce come aquile sul ramo.

La vegetazione è davvero e sempre opulenta e sana, curatissima quella pubblica lungo le strade e nei numerosi giardini che sembrano unire le località costiere senza soluzione di continuità. Restiamo ammirati di come, proprio il verde pubblico, a differenza di ciò che capita spesso nel nostro Paese, sia curato in ogni particolare. Superiamo un gran numero di squadre di giardinieri che, come formichine, tagliano, rasano, rifilano, piantano, potano. Il colpo d'occhio è in taluni tratti davvero formidabile: una sequenza continua di bordure dai colori accesi e palme di ogni dimensione e varietà e prati verdissimi e perfetti, sempre dotati di impianti automatici d'irrigazione, il tutto molto pulito: è raro, infatti, che ci s'imbatta, come invece capita spesso da noi, in bottiglie e lattine abbandonate, magari a un metro dai cestini della spazzatura. Questa sensazione di grande armonia, bellezza e ordine renderà ancora più stridente il rientro in Italia. Stessa natura, più o meno, stesse rocce e medesima vegetazione ma il cambiamento è così evidente e netto da suscitare un senso di squallore. Appena superato il cartello azzurro che dice "ITALIA", ricomincia la spazzatura, cartacce abbandonate, ringhiere rugginose e marciapiedi sconnessi in cui le erbacce si sono scavate la casa. Il verde pubblico in molti casi andrebbe più giustamente definito marrone pubblico perchè la scarsa manutenzione, l'abbandono e la maleducazione dei passanti ha reso stenta l'erba e riportato a vista il terreno sottostante. Perfino le palme che "di là " parevano spazzolate una per una, qui appaiono sparute, malsane e spelacchiate. Non è esterofilia, quella che mi fa parlare, bensì amore per un Paese che potrebbe essere secondo a nessun altro per bellezza e ospitalità e che invece tutti noi non sappiamo amare abbastanza, valorizzare e amministrare al meglio ma che, anzi, sembra sempre più imbruttirsi e peggiorare.

L'ultima notte in territorio francese la trascorriamo in un piccolo ma ordinato campeggio nei pressi di Les Issambres, appena fuori dal golfo di St.Tropez. Sistemiamo il nostro Laika sotto i pini a pochi metri da una bella spiaggia sassosa. Davanti a noi, oltre uno stretto braccio di mare, un isolotto roccioso regge una snella torre che pare in ottime condizioni e mostra i segni di un recente restauro: forse la residenza estiva di qualche riccone che non ama la ressa…


Viaggio effettuato da Alberto Angelici nel 2006

Potete trovare ulteriori informazioni sulle località toccate da questo itinerario nella sezione METE, e i più recenti aggiornamenti alla situazione delle aree di sosta nella sezione AREE DI SOSTA.


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