LA NOTA DI OTTOBRE 2003 DEL CAMPER CLUB “LA GRANDA”

 

CHE FARE?

 

I dati sono di tutto rispetto: negli ultimi quattro anni le immatricolazioni di autocaravan hanno registrato un incremento del 7,5 per cento, nel primo semestre del 2003 l’indice è ulteriormente migliorato. Il numero  complessivo dei camper nei quattro maggiori stati della Comunità Europea sfiora il milione e l’Italia si posiziona al terzo posto assoluto alle spalle della Germania e della Francia.

Se si passa dall’altra parte del “banco” i dati diventano, per quanto concerne il nostro Paese, ancor più soddisfacenti: la produzione “made in  Italy” di veicoli ricreazionali copre quasi il quaranta per cento del settore e saranno, alla fine del 2003,  oltre nove milioni gli ospiti delle strutture destinate al turismo all’aria aperta, con un incremento di un milione rispetto allo scorso anno.    

Fattori questi che dimostrano una chiara controtendenza rispetto ad altri segmenti del turismo che, a causa degli eventi internazionali, della paura del terrorismo, della recessione registrata un po’ dappertutto, stanno facendo segnare, in modo preoccupante, il passo.

Sono anni ormai che il mondo del plein air segnala una tendenza che ormai pare incontrovertibile: usi e costumi hanno subìto una rapida trasformazione ed anche le vacanze ed il tempo libero ne hanno risentito e non poco!

Il tempo libero si sviluppa su tutti e dodici i mesi, le distanze si sono annullate, si cercano esperienze e località nuove: la trasformazione della società europea, il suo invecchiamento e la crescita di disponibilità finanziarie hanno fatto il resto.

Risultato: il turismo di movimento non è più una Cenerentola dimenticata e maltrattata, ma rappresenta un elemento essenziale di politica economica al quale non si può prescindere.

Del resto se hotel ed alberghi hanno riposto nello sgabuzzino il cartello del tutto esaurito, mentre i campeggi traboccano ed i veicoli ricreazionali si continuano a vendere una ragione ci dovrà pur essere.

Da qui nasce la necessità che chi è proposto a governare lo stato o a gestire il territorio adotti tutte le misure necessarie per dare pronte risposte ad una realtà mutata o per cogliere l’attimo e non lasciare ad altri l’appannaggio di quella notevole ricchezza che viaggia assieme con il camper o con la caravan.

E’ giunto il momento, pertanto, di porsi la domanda: “Che fare?”.

La risposta non è semplice, certo, ma è assolutamente obbligata se non si vuole perdere quel treno la cui marcia non può, né deve, essere fermata.

Le Regioni, preposte alla politica turistica da un referendum che ha trasformato un settore strategico in una sorta di “macchia di leopardo”, lasciano molto a desiderare: è vecchio di oltre un anno l’accordo per modificare ed omogeneizzare le legislazioni vigenti, ma poco o nulla si è mosso. In compenso mancano normative che rilancino il settore, sono latenti i controlli su strutture che in molti casi lasciano a desiderare, troppo spesso a fine di settembre i campeggi (la quasi totalità in Meridione) chiudono impedendo quella destagionalizzazione dei flussi turistici reclamata, a parole, in tanti convegni, ma poi nei fatti mai realizzata.

Gli enti locali, dal canto loro, agiscono a ruota libera: molti comuni cercano, con i pochi mezzi in loro possesso, di dare qualche piccola risposta, ma manca una strategia di largo respiro, una sorta d’accordo che consenta alle oltre ottomila realtà locali, buona parte estranee ai grossi flussi turistici organizzati, ma non a quelli del nostro settore, di operare un salto di qualità e di scoprire quali e  quante risorse dal plein air possano giungere.

Non ci riferiamo ai troppi divieti ed alle tante ordinanze emesse qua e là, questo rappresenta un vecchiume ormai “demodé” destinato a dare un minimo di visibilità a qualche sindaco a corto d’idee o di prospettive, ma alla carenza di previsione negli strumenti urbanistici e alla mancanza di una comune strategia che consenta al nostro settore di esplodere definitivamente raggiungendo quei risultati che meriterebbe sotto il profilo del prodotto e dell’occupazione.

Però…però…piangersi addosso a nulla serve: se un settore in forte crescita non è riconosciuto a pieno, se nell’anno dedicato ai portatori di handicap nemmeno si riesce ad ottenere qualche norma a sostegno dell’unico settore in grado di fornire risposte concerete e dignitose ai tanti disabili che qualche diritto pur lo hanno, qualche colpa l’avremo pure noi.

Perché quando si conta poco di risultati concreti a casa è difficile portarne: eppure siamo radicati sul territorio, i club ormai coprono come una ragnatela tutte le province, chi produce e commercializza camper è motivato e comunque non ha alcun interesse a porre il freno, i proprietari ed i gestori delle strutture non sono certo ostili ad interventi volti a potenziare e migliorare il settore.

Manca un filo che leghi tutti quanti, manca una strategia comune, manca soprattutto la capacità di farsi sentire, di contare, di essere in grado di alzare la voce, di farsi ascoltare nel “palazzo”, di comportarsi come tante altre categorie che sono riuscite ad ottenere importanti risultati che hanno aiutato il loro settore a crescere ed ad espandersi.

Un esempio per tutti viene dalla nautica da diporto.

Questa strategia comune non può che partire dal basso, da quella realtà che è in grado di fare la differenza e di dare, con immediatezza, concrete e pronte risposte, cioé dagli enti locali.

Il prossimo anno buona parte dei comuni italiani andrà ad elezioni per rinnovare sindaci e consigli comunali: l’occasione è quanto mai ghiotta e propizia.

Occorre che il turismo di movimento entri nei programmi elettorali e che quanti lo praticano o gestiscono attività economiche che attorno ad esse ruotano si dichiarino disposti a mettersi al servizio della propria comunità.

Che, in una parola, le ragioni di una porzione così importante e strategica per l’economia nazionale, qual è quella del turismo all’aria aperta, entrino con pieno diritto ed autorevolezza là dove vengono assunte le decisione destinate ad incidere sul territorio.

Perché il nostro mondo, così bello, così accattivante, così ricco rappresenta qualcosa che va oltre il solo divertimento, racchiude elementi importanti per l’economia del Paese.

E allora la domanda: ”Che fare?” deve essere seguita non tanto da parole, quanto da fatti e dall’assunzione di responsabilità da parte di tutti quanto in questi valori credono.

Nessuno può o deve sentirsi estraneo: rappresentiamo uno dei pochi settori non in recessione, l’orgoglio è importante, ma i fatti sono quelli che contano. Tirarsi indietro non sarebbe giusto,  per noi e per il nostro Paese.

 

Beppe Tassone