LA SCOMMESSA

 

Ora che l’estate è alle porte, che la voglia di muoversi cresce, che il turismo riprende a pieno, nonostante crisi, guerre, problemi, atrocità, ora che la voglia di riscoprire se stessi e la propria la famiglia, di muoversi e di ritrovarsi viene esaltata dalla bella stagione che avanza, il plein air acquisisce un ruolo essenziale nella vita economica e relazionale del nostro Paese.

Ne abbiamo lette e sentite di cotte e di crude, negli scorsi mesi, cose che non stanno né in cielo, né in terra: i nemici dell’abitar viaggiando sono tanti e non faticano a coalizzarsi.

Un modo libero di fare turismo non può che far paura a chi non ha il coraggio di mettersi in discussione, a chi  lascia trascorrere il tempo, contando i guadagni che piovono, senza rendersi conto che il mondo sta cambiando e che nuove tendenze stanno veicolando un numero crescente di persone verso località nuove e altre nazioni.

In Italia una vera e propria svolta turistica (fatta eccezione per alcune regioni che in questo campo non sono seconde a nessuno) non vi è stata: pochi interventi di ristrutturazione ed ammodernamento delle strutture, norme di sicurezza rimaste sulla carta, aree di sosta in  numero irrisorio, nessun provvedimento di pubblicizzazione, scarso marketing, tanta voglia di snobbare. Insomma, per dirla in termini sportivi, i “fondamentali” vi sono tutti per rischiare una grossa figuraccia.

Per fortuna che esistono gli utenti, che, nonostante tutto e tutti, il turismo (quello complessivo, non solo il nostro) abbia come elemento centrale chi lo pratica, coloro che, spendendo propri soldi, si muovono, si divertono, trascorrono il proprio tempo libero lontano da casa, cercando svago e distensione.

Il turismo è sempre più di tipo famigliare: dall’11 settembre in poi i costumi delle persone sono radicalmente cambiati ed il tempo libero si è modificato di molto, nella filosofia come nella pratica.

Il turismo di movimento ha tratto indubbi vantaggi da questa radicale modificazione: non necessita di prenotazione con largo anticipo, esalta il ruolo delle singole persone, consente di evitare luoghi a rischio e di scoprire e valorizzare quei patrimoni che, ai margini dei grossi tour turistici, per anni sono risultati quasi totalmente sconosciuti.

Un turismo di questi tipo pretende che chi vi ruota attorno dimostri indubbia disponibilità e capacità: non si tratta infatti di realizzare un hotel in mezzo al deserto, renderlo splendido, eccezionale, ricco di confort e poi di porvi attorno del filo spinato così da ospitarvi per una settimana le persone, facendole divertire, ma impedendo loro di verificare le brutture o il nulla che esiste qualche centinaio di metri oltre, si tratta di recuperare il territorio, di esaltarne le potenzialità, di renderlo vivibile ed appetibile.

Di qui la guerra senza quartiere dichiarata da chi ha fino ad ora fatto affari basando la propria attività sul “non vero” e sul “posticcio”, di qui la necessità di recuperare rapporti forti col territorio, di effettuare una svolta di tipo copernicano affermando la centralità del territorio e quindi l’obbligo, per chi lo amministra, di compiere, assieme con le forze economiche e produttive, uno sforzo per renderlo consono alle esigenze di un modo di fare  turismo che consente, in ogni caso e ne né la prerogativa,  di inserire la chiavetta nel cruscotto, di mettere in moto e di andare da qualche altra parte se non si è soddisfatti.

Certo, un siffatto modo d’intendere il tempo libero mette in discussione vecchi canoni, obbliga a confrontarsi con il territorio, pone gli amministratori locali davanti alla difficile impresa di dare risposte precise e non solo di trincerarsi dietro qualche depliant che testimonia una cattedrale nel deserto, una struttura splendida senza peraltro riprendere il luogo fatiscente che la circonda.

La difficoltà nelle relazioni tra il turismo all’aria aperta e le realtà economiche locali sta tutta qui, nel linguaggio diverso che si parla, nei modelli dissimili che si prediligono, nell’impossibilità di disgiungere la totalità del territorio dalla singola struttura che viene proposta.

Ma in questo sta anche la scommessa che occorre raccogliere se si vuole guardare con ottimismo al futuro: una scommessa importante, un’opportunità da non buttare via.

Il turismo di movimento è sempre più europeo e l’Europa ha necessità di luoghi climaticamente favorevoli ed in grado di dare risposte ad un bacino di milioni di persone alla ricerca di cibi genuini, di temperature accettabili, di sole e di natura.

Il nostro Paese è in grado, come pochi altri di fare la differenza, di fornire a questo bacino di utenza risposte concrete e luoghi in grado di rispondere a pieno alle esigenze.

Occorre solo approntarne gli strumenti e non fare come lo struzzo che nasconde la testa piuttosto che guardare in faccia la realtà.

E’ necessario recuperare il territorio, ammodernare le strutture, siglare un patto forte tra chi si occupa di turismo itinerante ed i comparti produttivi, esaltare l’enogastronomia di qualità e potenziare l’informazione relativa a quanto il modo artigianale e produttivo sanno offrire anche in località che è difficile trovare sulla cartina geografica.

In una parola occorre privilegiare l’informazione (offrendo un’immagine complessiva del Paese)  e legarla ad un progetto che ponga il territorio al centro dell’offerta turistica, esattamente come le nuove tendenze impongono.

Si tratta, in una parola, di fare una scommessa e di vincerla: perché questo avvenga occorre che al turismo all’aria aperta venga riconosciuto quel ruolo centrale che in effetti già ricopre.

Impresa difficile, certo, ma non impossibile: l’alternativa è assistere ad una modifica dei flussi turistici con l’abbandono del nostro Paese, il che proprio non è il caso di augurarselo.

 

Beppe Tassone