LA CAMPANELLA

 

Si sta sviluppando nel mondo del turismo all’aria aperta un dibattito, in alcuni casi anche acceso, sull’assunzione di responsabilità, sulla necessità cioè per chi vive in prima persona questo hobby d’impegnarsi direttamente ed in prima persona nelle scelte strategiche, evitando che altri si approprino del settore dettandone le regole, svilendolo e modificandone gli elementi che più lo caratterizzano.

Il turismo plein air si differenzia, infatti, fortemente dagli altri segmenti del variegato mondo del tempo libero perché ha peculiarità proprie e soprattutto non può in alcun caso essere influenzato da fattori esterni che lo distolgano da canoni fissi quanto irrinunciabili.

Mi riferisco, innanzi tutto, alla “presa diretta”, al diritto, cioè, di inserirsi nelle località che si frequentano senza mediazioni, imponendo il diritto assoluto di chi pratica l’abitar viaggiando ad immergersi nella realtà “vera” e non ”virtuale” del territorio.

Affermazioni di questo tipo contrastano fortemente con quanti ritengono che il turismo debba svilupparsi, alla stregua dei villaggi vacanza, percependo solo una parte della realtà territoriale, per inserirsi poi in un mondo fantastico, fatto di opportunità anche accattivanti, ma del tutto estranee alla realtà sociale del posto.

Insomma, chi viaggia in camper non può essere intruppato in una struttura, bevendo cocktail e godendo di spettacoli anche di alto livello, ma vedendosi preclusa la possibilità di frequentare mercati, piazze vie del centro e, soprattutto, della periferia.

Si tratta del rifiuto assoluto della “riserva indiana” sicuramente più remunerativa e con meno rischi indotti.

Perché, altra peculiarità forte, di chi pratica il plein air è saper valutare i posti che frequenta, privilegiando quelli vivibili e curati ed abbandonando al proprio destino quelli che risultano qualitativamente inferiori.

Questo chi amministra non lo vuole e nemmeno chi gestisce strutture, magari anche di un certo livello, ma inserite in posti dai quali è meglio fuggire velocemente.

Altra peculiarità forte del turismo plein air è la sua essenza famigliare e quindi la necessità di privilegiare alcuni precisi valori: così le strutture debbono risultare accoglienti per tutta la famiglia, debbono consentire la mobilità, non possono più essere intese come posto unico nel quale fermarsi anche per due o tre settimane, ma consentire la possibilità di permettere agevoli flussi in entrata ed in uscita. Insomma si tratta di ridisegnare il campeggio, abbandonando al proprio destino il vecchio ed ormai superato stereotipo della struttura di media e lunga sosta, con scarsa mobilità e forte presenza stanziale.

Chi gestisce le strutture non sempre accetta questa modifica dei comportamenti, degli usi e dei costumi, ma il turismo ormai va in questa direzione e certe battaglie di retroguardia rischiano solo di veicolare le presenze verso altri posti e, soprattutto, altre nazioni.

Infine la promozione: nel turismo di movimento i primi “promoter” sono gli stessi fruitori, che attraverso le associazioni, il passa parola, i siti internet trasmettono opinioni sulle località visitate, decretandone il successo o abbandonandole al proprio destino.

Un comportamento che a molti non piace, ma la realtà è questa e risulta accentuata in Italia dove, a causa della normativa che ha trasferito la potestà sul turismo alle regioni, non esiste più un sistema unico di pubblicizzazione, ma tutto viene spezzettato nei mille rivoli di tante, a volte anche contraddittorie, iniziative assunte da enti diversi, limitati territorialmente.

In tutto questo, la funzione ed il ruolo di chi pratica il turismo all’aria aperta debbono necessariamente uscire esaltati e fortificati: facile a dirsi, ma difficile nella realtà, soprattutto a causa di divisioni che esistono all’interno del mondo organizzativo e dell’incapacità stessa a trovare anche solo minimi punti d’incontro, attraverso i quali proclamare ad alta voce quell’insostituibilità che è nella realtà dei fatti e delle cose.

Un esempio per tutti: l’aumento dei bolli in Piemonte e Lombardia, decretato dalla Conferenza Stato Regioni, ma poi, in pratica, attuato in due sole realtà, era un’occasione per un’azione comune, forte, intesa a difendere il sacrosanto diritto a non veder tartassata una sola categoria con aumenti di quasi il centotrenta per cento penalizzando un settore strategico per l’economia nazionale.

Si sono alzate, concretamente, solo pochissime voci di protesta, mentre molti hanno scelto la strada del silenzio ed alcuni, addirittura, hanno cercato di montare speculazioni che ricordavano quello “starnazzare di comari” d’antica memoria.

L’assunzione di responsabilità diventa, dunque, impellente ed urgente: il momento della mediazione è finito, è giunto quello delle scelte, al limite anche dolorose, ma la strada da percorrere è questa se si vuole fare del bene alla categoria e ad un Paese che non può fare a meno del turismo per far quadrare i propri conti.

Difesa del territorio, dunque, ma anche interventi sulle strutture, sicurezza e programmazione rappresentano punti irrinunciabili di un programma sul quale occorre che le varie associazioni trovino un punto di convergenza.

L’alternativa è abbandonare nelle mani di altri, dei “soliti noti” che con il plein air nulla hanno a che fare, il settore, facendolo uscire dal reale per entrare nel posticcio e nel virtuale.

Per questo non si può attendere oltre, ma, come succedeva quando si andava a scuola, è necessario che qualcuno suoni la campanella per ricordare a tutti che la ricreazione è finita!

 

Beppe Tassone