Sicule e succulente riflessioniid="red">
Mi è capitato qualche giorno fa, mentre ascoltavo alcuni miei alunni del biennio parlare tra loro, di riflettere sul loro modo di parlare, guardando gli occhi stralunati di una alunna extracomunitaria che, visibilmente, non comprendeva il “
profondo sostrato” della nostra sicilianità.
Alcun ragazzi si definivano “
so frati” e “
me suoru” e mi chiedevo come può passare da una lingua all’altra la sfumatura di significato , tutta meridionale, di affettuosità che si istaura tra amici tali da considerarsi consanguinei. Ed allora, ho ripensato ad un amico torinese che rivedo ogni estate, quando ritorna sulle belle spiagge di Alcamo marina, dove ha occasione di vedere varia umanità e che spesso mi ha fatto notare come per un siciliano la giornata è stata “
un cummattimiento” magari con i figli, che la tovaglia è stata “
scutulata”, che gli improperi da un’automibilista all’altro, sotto il caldo solleone, sono sempre rivolti agli avi “
fino alla settima generazione”, che naturalmente non è lì per difendersi. Come spiegare quanto sia pregno di azione e pur risicato nella forma il nostro dialetto, che in un verbo riassume una serie di azioni: si veda “
scutulare a tovagghia”, cioè toglierla dal tavolo, toglierne i residui di cibo sul balcone scuotendola e riporla piegata al suo posto nel cassetto. La matrona siciliana , invece con un solo imperativo ha fatto un intero discorso, noto al ricevente e da cui non si può prescindere. E come spiegare che la “
iurnata di cummattimiento” ha una radice storica atavica , che rinvia al nostro antico doverci adeguare alla dominazione storica sempre diversa,ora araba poi francese ora aragonese, ma sempre sfruttatrice e poco rispettosa del volgo si***** a lei sottomesso. Per il popolo siciliano, povero e sfruttato, la giornata era un cercare continuo di rispondere ai morsi della fame propri e della prole, in un “
arrangiarsi tutto siciliano”,dove non si buttava mai nulla. E così in quest’ottica, gli addetti al macello semita di S.Cecilia, riutilizzavano in resti della loro opera inventando il “
pani ‘ca meusa”, frutto della loro fatica e della loro fantasia, mescolando un ingrediente considerato scarto, con sugna e ricotta, per far un dispetto ad hoc agli Ebrei, e rendendolo parte di un patrimonio gastronomico eccezionale, noto a pochi come “
cucina da strada” ed ai più come delizia, inenarrabile, chiusa in un panino e rinvenibile in ogni angolo della città, così come le “
Stigghiole” altro scarto da macelleria, ma ben più odoroso,il cui aroma fumoso ci insegue e ci guida per le strade di periferia, portandoci ad aggregazioni improbabili, ma tutte all’insegna del buon cibo e, perché no, di un tocchetto di vino o bicchiere di birra. E così, tra un boccone e l’altro, lì, in questi luoghi puoi sentire parlare il dialetto verace degli anziani, non quello un po’ sbiadito dei ragazzi e, anche lì poter riflettere come sia varia, ma sempre interessante questa nostra sicilianità...id="size2">

"Mi son seduta sul bordo della vita e con i piedi a penzoloni ho guardato l'infinito respirando il suo profumo..."
Modificato da Cicipiccolini il 18/04/2012 alle 21:35:25