Inserito il 05/05/2011 alle: 23:46:31
Il materasso era il profumo della notte e la coperta era la chioma degli alberi.id="size6">id="teal">
per Silvio ma anche per me.
6 gennaio 1934 id="size6">id="blue">(11)
Io sono nato in pieno centro a Bologna nella casa di mio nonno, ai primi degli anni sessanta eravamo ancora tutti lì, altre bocche da sfamare che si aggiungevano.
Mio nonno si era risposato e mio padre aveva un'altra sorella nata dal nuovo matrimonio, le condizioni economiche erano migliorate ma non molto, mia mamma, che non era di Bologna ma marchigiana era venuta "su" in cerca di lavoro, aveva "ballato" con mio padre e si erano sposati.
Le bisnonne erano morte, non da molto, credo di avere ancora una fotografia con una di loro.
I lavori che la mamma poteva fare per contribuire al mantenimento della famiglia erano molto umili, cuciva orli tutto il giorno per un negozio, puliva scale da qualche parte ma niente di più, c'ero io da badare.
Il babbo e il nonno, lavoravano nella loro bottega naturalmente in affitto, come molti artigiani del periodo lo facevano a credito e a volte era difficile farsi pagare.
Stavano fuori tutto il giorno, lavoravano sabato, lavoravano domenica.
Qualche volta si andava a trovarli mentre lavoravano, io giocavo con tutti i legnetti di scarto, tra i trucioli e la segatura mi divertivo un mondo, ancora adesso, l'odore del Bostik (è un tipo di colla) mi fa impazzire.
Poi, un bel giorno, per bene tacito di mia mamma, i miei genitori affittarono una casetta minuscola dove andammo a vivere tutti e tre, in quella casa sono diventato grande dormendo nell' ingresso, e ancora adesso, a loro, piace ricordare che quando ci andammo ad abitare, non pesavamo un quintale in tre.
In pochissimi anni le condizioni migliorarono, si cominciava ad andare in vacanza, avevamo comprato la macchina, la 500 bianchina.
Il lavoro di papà era aumentato e migliorato diventando più selettivo, si faticava ugualmente ma si guadagnava meglio, l'indipendenza famigliare aveva permesso anche in un certo senso un pò di risparmio.
Abitavamo in un quartiere della prima periferia vicino alla ferrovia che taglia in due la città, talmente vicino che quando avemmo il primo televisore perdevamo dei pezzi di sonoro al passaggio del treno e facevamo a turno per vedere chi era il primo ad esclamare "cosa ha detto?" mentre guardavamo il film di cowboy del lunedì o del mercoledì oppure "giochi senza frontiere" che facevano sbellicare dal ridere.
Il mondo era cambiato, non c'erano più le case nere riscaldate a carbone dell'infanzia di mio padre, c'erano i termosifoni e c'ero io che crescevo e da quel momento i ricordi sarebbero stati i miei.
La gratitudine che provo per loro che mi hanno voluto e mi hanno cresciuto, "nonostante tutto", non cesserà mai e verrà raccontata a mio figlio ormai grande, ai miei nipoti (se ci saranno), e a tutti voi che mi state leggendo perchè l'amore che provo per i miei genitori si vede e credetemi, non c'è bisogno di parole, basta uno sguardo, un sorriso, l'accentuarsi di una ruga che, ormai presente anche sul mio viso dichiara un sentimento profondo.
Qualcuno ha detto che ad alcuni genitori di una volta per sgridare i figli bastava un'occhiata, anche tra me e i miei basta uno sguardo per sapere che ci vogliamo bene, e loro lo sanno perchè mi hanno cresciuto così.
Le nostre radici sono dove abbiamo i ricordi, dove riversiamo i sentimenti e come negli alberi, non sono tutte proprio sotto e vicino ma si allungano lontano.
Ho fatto miei i ricordi della mia famiglia perchè voglio che siano sempre più forti le radici del mio albero dove spero si rifugeranno quelli che verranno dopo di me.
"Ahi ahi ahi, bròt quel la vcèja, am pèr d'esàr la Madòna di set dulour!"
Ecco un'autentica esclamazione, risalente a questi giorni, di mio babbo che sa benissimo che di "ossa" non si muore, ogni tanto gli piace fare la tragicommedia.
Poveretto, è veramente bloccato con la schiena ma riesce a riderne ugualmente, gli è venuto pure il singhiozzo e ad ogni singulto ha una fitta di dolore, anche se gli scappa da tossire, non sa come fare.
Sta seduto con il busto un po’ reclinato in avanti, le gambe flesse e divaricate poste leggermente ai lati della sedia e le braccia appoggiate quasi completamente fino ai gomiti, sulla tavola.
Dopo avergli fatto un massaggino con il Voltaren, mia mamma gli ha messo una pancerona di lana con stecche e velcro che gli accentua un po’ la pancetta.
In quella posizione sembra quasi un lottatore di sumo seduto e vestito.
Gli abbiamo fatto la puntura e lo stiamo coccolando come un bimbo, mia mamma lo ha sempre fatto e, anche se brontola, non ha la minima intenzione di smettere di farlo.
Siamo tutti lì ad aspettare... che gli passi il singhiozzo e...che racconti.
La zia Concetta era una sorella di mio nonno, anche lei nata pressapoco nel 1904, io l'ho conosciuta, era una vecchietta mingherlina, sempre sorridente, con due occhietti vispi e mobili che sembravano led luminosissimi.
Era piegata in due dall'artrosi, era un rametto grinzoso e nodoso con una linfa vitale potentissima, non la scalfiva niente.
Nella sua vita, in giovanissima età era stata "ragazza madre", bollata e additata a vita nei tempi di allora, aveva purtroppo generato un figlio maschio con dei problemi.
Nella comunità "ignorante" di allora, era quella con il figlio "ritardato".
Il povero ragazzo non parlava, emetteva solo grugniti e urli, era un ragazzone molto grande e pesante e non si muoveva neppure da solo.
Visse fino all'età di diciotto anni accudito in tutto e per tutto da sua mamma che non era certo un colosso.
Senza reputazione e senza risorse economiche la zia Concetta viveva di espedienti, piccoli lavoretti, aiutava i malati ma specialmente era una di quelle donne che sapeva "curare" (a Bologna le chiamano le santone).
Lei "segnava il fuoco sacro" ovvero Fuoco di Sant'Antonio, aveva un piccolo piattino dove metteva dell'olio sul quale muoveva le mani componendo delle croci che poi riportava sulla persona afflitta dal problema bisbigliando alcune parole incomprensibili.
La gente guariva, non si capiva in che modo ma guariva e le dava qualche soldo per questo.
Anche lei soffriva di male alle ossa e di reumatismi in modo molto grave e dai ricordi di mio padre si impara che la zia, quando stava molto male, andava a cercare l'ortica, la legava in fasci e, tipo flagello, se la passava sulla schiena e se la strofinava sui punti dolenti poi si fasciava stretta stretta e aspettava che il bruciore passasse.
Il giorno dopo non stava solo meglio, stava proprio bene, almeno così sembrava ma non era un tipo abituato a lamentarsi.
Ho proposto a mio padre di portargli un po’ di ortica ma ha detto che non è stagione, e comunque la preferisce nelle tagliatelle.
C'è tanta gente che scrive dei loro padri, della loro paura di vederli invecchiare e di non essere all'altezza, in quel momento, di aiutarli a dovere.
Certo, contro la malattia e la sofferenza ci sono ben poche armi, ma ne abbiamo contro la depressione causata dai dispiaceri e dai problemi e dal fatto di invecchiare.
Io vedo Alfonso e di lui ho già letto qualcosa su una pietra in un parco vicino a Verona e voglio scriverla per tutti in modo che possiate leggere e farne tesoro.
Sulla pietra della giovinezza sotto la grande querciaid="size6">id="blue">
La giovinezza non è un periodo della vita,
è uno stato d'animo
che consiste in una certa forma della volontà,
in una disposizione dell'immaginazione,
in una forza emotiva:
nel prevalere dell'audacia sulla timidezza
e della sete dell'avventura sull'amore per le comodità.
Non si invecchia per il semplice fatto di aver vissuto
un certo numero di anni
ma solo quando si abbandona il proprio ideale.
Se gli anni tracciano i loro solchi sul corpo,
la rinuncia all'entusiasmo li traccia sull'anima.
La noia, il dubbio, la mancanza di sicurezza,
il timore e la sfiducia
sono lunghi lunghi anni che fanno chinare il capo
e conducono lo spirito alla morte
Essere giovani significa conservare a sessanta o settant'anni
l'amore del meraviglioso
lo stupore per le cose sfavillanti e per i pensieri luminosi;
la sfida intrepida lanciata agli avvenimenti,
il desiderio insaziabile del fanciullo per tutto ciò che è nuovo
il senso del lato piacevole e lieto dell'esistenza.
Resterete giovani finchè il vostro cuore saprà ricevere
i messaggi di bellezza, di audacia, di coraggio,
di grandezza e di forza che vi giungono dalla terra,
da un uomo o dall'infinito.
Quando tutte le fibre del vostro cuore saranno spezzate
e su di esse si saranno accumulate
le nevi del pessimismo e i ghiacci del cinismo,
è solo allora che diventerete vecchi.id="size5">id="size1">id="size1">
Dal parco Sigurtà... a te papà.
ma anche a te Silvio.
con stima e affetto Stefano.