Inserito il 18/05/2011 alle: 15:22:40
Spero che quanto scrivo della mia giornata di ieri possa farvi riflettere un attimino, come è stato per me vivendola.id="purple">
I nonni nelle R.S.Aid="size3">id="teal">
Ho accompagnato Rosy, mia moglie, durante tutta la giornata del suo lavoro poiché a causa di un piccolo infortunio non poteva guidare.
Nel suo lavoro tranne che per periodi concordati in cui si fa sostituire non esistono giorni di permesso, ferie, malattia, e quando non se ne può fare a meno assolutamente tipo un importante problema familiare o una malattia improvvisa che ti blocca nascono problemi perché facilmente si creano disagi notevoli per colleghi e pazienti; fa il medico per alcune strutture di anziani e disabili.
Poiché ieri non poteva guidare ed era l’unico problema l’ho accompagnata io e così ho potuto soffermarmi con calma a riflettere sulla vita di queste persone, come vivono, come passano la loro giornata, quale la loro sofferenza oltre a quella fisica che principalmente è quella derivante dall’età a cui si aggiungono un mare di patologie tipiche della vecchiaia, anche se non necessariamente legate all’anzianità.
Uno dei quattro luoghi ove lavora è un CDI, cioè un centro per anziani con varie disabilità ma abbastanza autosufficienti che passano la giornata al centro e alla sera tornano a casa propria a cena e a dormire.
E la situazione che si verifica quando le persone pur disponendo di una casa in cui vivere in modo autonomo pur con limitate capacità di movimento al di là dei propri bisogni primari, avrebbero bisogno sia di assistenza per la gestione della casa e della propria vita giornaliera, ma soprattutto il CDI permette quella socialità che evita di stare da soli tutto il giorno, magari potrebbero cavarsela per le proprie necessità ma resterebbe la solitudine il loro problema.
Non voglio aprire il discorso sul fatto che la loro solitudine potrebbe essere alleviata dai familiari, che non sempre non possono ma alle volte anche non vogliono trovare il tempo, ma per queste persone la giornata passata in compagnia oltre a risolvere problemi pratici come il pasto di mezzogiorno da la possibilità di fare attività di fisioterapia, di avere un po’ di compagnia e vita sociale, che magari sono poca cosa, ma sempre meglio di quello che avrebbero a casa ove passerebbero molte ore da sole.
Non è la prima volta che mi capita di visitare questo centro, e mi son fatto l’opinione che sia una cosa abbastanza ben accetta dalle persone, in quanto da una parte non sradica le persone dalla loro casa, ma contemporaneamente gli permette di migliorare un poco la qualità della loro vita.
Questo è quello che penso di aver carpito dai loro sguardi, dal vedere come si correlano tra loro e con le persone che fanno funzionare la struttura; alcuni si comportano come se fossero in un locale a passare il loro tempo, una specie di bar trattoria.
Certo non è che possono entrare e uscire quando vogliono, vi è la necessità del controllo altrimenti potrebbe capitare anche di chi se ne va a fare un giro, o solamente uscendo in giardino da soli correrebbero il rischio di farsi male.
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Cosa ben diversa è invece la vita che i nostri nonni fanno in una R.S.A. ove sono residenti; in questo caso loro possono essere autosufficienti, parzialmente autosufficienti, allettati; la differenza tra le tre categoria di pazienti penso che sia chiara, quello che li accomuna è il fatto che tutti vivono in un posto che non è la loro casa, con persone che non sono la loro famiglia, per tutta la giornata e da loro dipendono quasi totalmente per la loro vita.
Chiaro che chi è allettato ha una vita di qualità inferiore a chi almeno può stare su una carrozzina o di chi cammina ed è autosufficiente; storia a se fanno gli ospiti del reparto Alzheimer che spesso sono fisicamente abbastanza sani ma hanno altri problemi di diversa origine, che non sono gli stessi della demenza senile ma derivano da una malattia neurologica, di questi si occupa Rosy come medico.
Mi era capitato altre volte di entrare nelle R.S.A. ma sempre per poco tempo, ieri pomeriggio invece accompagnandola ci sono rimasto tutto il pomeriggio e avendo nulla da fare oltre al leggere mi son trovato a vivere, pur da esterno queste ore tra queste persone, gli ospiti autosufficienti che come me giravano per la struttura tra il giardino enorme che almeno dava la sensazione di essere in un parco, ed invero tenendosi alle spalle la struttura si vedeva solo il giardino del complesso e i prati e boschi all’esterno.
Ho girato in lungo e in largo piacevolmente questo parco, sentendo dentro di me un’estrema tristezza al pensiero di queste persone che a differenza di me che stavo impiegando del tempo altrimenti inutilizzato, ma potevo entrare ed uscire dalla struttura come e quando volevo, per loro era l’unica possibilità di uscita dalle camere e dagli spazi comuni.
Altri ospiti parzialmente autosufficienti sulle carrozzine erano accompagnati dai parenti in visita, qualcuno solo dal personale che li riuniva a quattro cinque per volta in gruppetti, e qualcuno di questi ASA e volontari cercavano di impegnarli in qualcosa che gli potesse far godere le belle giornate di maggio, quei giorni che noi “liberi” passiamo con piacere in un bel parco.
Vi era nei loro occhi un senso di fatalismo e rassegnazione come di attesa di qualcosa, della fine, forse cercando nell’aria non il profumo della primavera ma il respiro della vita, la ricerca di quello che ti sta sfuggendo.
O forse era quello che io dentro di me interpretavo dai lori sguardi, chi lo saprà mai, magari la rassegnazione che io vedevo, per loro era serenità e accettazione, la consapevolezza che un giorno in più vissuto potesse essere un dono dalla vita.
L’Alberto, mi sembra che si chiamasse così, che minuto e magrissimo con una camminata di passettini un piede avanti l’altro lentissimamente avanzando fumava un sigaretta dietro l’altra, quasi fosse l’unica sua cosa da fare e l’unica libertà lascatagli, e la tristezza negli occhi e senza una parola da scambiare con qualcuno.
Una donnina sulla carrozzina accompagnata da un parente, probabilmente il figlio che l’accarezzava come probabilmente lei fece con lui da piccolo, scambiandosi sorrisi luminosi, ricchi della possibilità di passare insieme quei momenti, probabilmente sapendo entrambi che non sarebbero normalmente terminati come quando tra genitori e figli grandi si attenuano le coccole com’è normale che sia, ma perché prima o dopo si sarebbero lasciati definitivamente.
Anche per me poi è arrivato il momento di andarmene, a casa, ma una piccola parte di me è rimasta con loro, non scorderò i loro visi. id="teal">
Ciao
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