Inserito il 06/05/2008 alle: 23:27:35
L’immensa colonia ritorna spesso nella memoria e nelle parole di Daniela quando racconta a me e ai ragazzi di Piazzatorre.
Lassù, a otto anni, lontana ore e ore di treno da casa, i tornanti su da Bergamo in autobus, l'arrivo, il sole abbagliante, la consegna delle uniformi, le signorine, lasciare i propri pensieri e i vestiti, le scarpette, nei piccoli armadietti, le camerate, i comodini gialli, i nuovi tanti compagni di giochi e di passeggiate, di corse nel prato immenso antistante e le passeggiate su, su, su lungo il torrente, passando dalla Cheta Fonte, dalla Baia dei Cervi, nomi inventati forse, i fiori, le mucche, i pascoli, le casine immaginate per gioco tra gli alberi immensi, i nomi dati ai monti, la neve.id="blue">
Lasciata Valbrona, Lecco, salutati gli amici, vogliamo arrivare per vedere anche noi, e rivedere, lei. Ma già la strada non è più quella, le parole perdono entusiasmo, volume, per arrivare lassù silenziosi. Chiediamo informazioni. Un campo sportivo dovrebbe preannunciare la vecchia colonia. Un campo di calcio? Al posto di un prato fiorito che accoglieva all’arrivo, il solito, ripetuto, sfruttato ‘campo di calcio’ scavato nel pendio.
Entriamo con il camper nel parcheggio della colonia, ancora dello stesso colore, ma scalcinata, stanca, sofferente, morente. Evitiamo cataste stravolte di materassi e reti, termosifoni di ghisa, comodini gialli, tavoli, sedie. C’è un’aria di campo di prigionia dismesso. Ci sono le prime lacrime di Daniela, i suoi primi 'perché?' d’incredulità. All’interno sentiamo voci e rumori. Entriamo e riconosce i refettori, le cucine, piccoli quaderni gettati per terra, ancora uguali dopo più di quarant’anni, ma in smobilitazione, in disordine. Vorrebbe andarsene, ma io seguo i rumori. Ci sono dei volontari che stanno smontando il smontabile, ai piani di sopra, per le camerate. Tutta la struttura diventerà un ‘centro salute’, com’è possibile? La violenza fatta sui ricordi è la più atroce.
Usciamo e proseguiamo. Il sentiero è diventato una strada asfaltata, fiancheggiata da condomini di cemento anonimo e chalet vuoti che vanno su fino alle rocce scoperte. La Cheta Fontana manco si vede, costretta a farsi da parte, la Baita dei Cervi sembra un casello dell’ANAS. C’è anche un campeggio artificiale di roulotte stanziali. In fondo alla valle forse c’è un inutile impianto di risalita per raggiungere la neve, sempre più in fuga, sempre più disgustata. Ma non ci andiamo. Lasciamo il resto dell’orrore alla nostra fantasia.