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Il primo capitolo

Roberto Ioannilli

MARIE E LE TRANQUILLE VALLI DEL CHIENTI

Il mare, le colline, i monti, le antiche città di questa valle, hanno sempre fatto da cornice alla mia vita. Ancora oggi, quando ogni giorno torno dal lavoro, non posso non sentire la loro presenza, i miei sensi vengono pervasi dalla loro bellezza, la loro essenza mi arriva dritta all’anima. Il terreno è coltivato, fin sotto le città, sulle rupi, vicino al fiume, nei piccoli giardini posti sui bordi delle strade. I colori variano con le stagioni e con il mio umore, ci sono dei posti che ricordo fantastici e pieni di colore, ma oggi, quando li guardo, sono brutti e il loro verde è diverso dal verde dell’amore, se avessi una grossa gomma li cancellerei!

Vista dall’alto, al centro della valle c’è una linea lucida, il verde ai lati è più scuro di quello dei prati circostanti, l’acqua che vi scorre è quella del Fiume Chienti.

D’estate è solo un fiumiciattolo in un letto di pietre bianche, le dighe e l’irrigazione ne hanno ridotto la portata, ma i miei nonni materni mi raccontano di quando l’acqua era abbondante, e d’estate il loro unico divertimento, oltre al faticoso lavoro dei campi, erano solo i bagni la domenica pomeriggio. Quanti amori si saranno rispecchiati in queste acque, quante carezze umide avranno bagnato la pelle degli innamorati!

Che bello sarebbe se l’acqua avesse una memoria, quante foto se ne potrebbero estrarre, mah! Forse è meglio di no! … sai che foto imbarazzanti!

Spesso quando attraverso il ponte, che divide la provincia di Ascoli Piceno da quella di Macerata, vedo sui suoi argini un airone, credo che ami molto quel posto perché sono anni che lo incontro. La bellezza del posto contrasta molto con la sua realtà, non bisognerebbe mai lasciarsi andare ai ricordi, ma la vita non ce lo permette, ed i ricordi di un giorno ritornano, appaiono, in una stagione che non è quella della gioia.

Mi torna negli occhi l’immagine di un corpicino di una bambina rom senza vita. Stazionavano proprio sotto il ponte, i piccoli amici non erano riusciti a prendere, sul filo dell’acqua, quella piccola mano che chiedeva aiuto, “l’albero a cui tendevi la pargoletta mano”, la sofferenza del Pascoli è stata la stessa sofferenza dei questi genitori, chissà come si chiamava e dove è stata sepolta.

Non lo so, ma il mio ricordo e un po’ della mia compassione sono con lei.

Sulla sinistra, vicinissimo, la linea del piccolo fiume finisce nell’azzurro del mare Adriatico, lo spicchio d’orizzonte si perde nei mie pensieri ed il mio amore per i viaggi si sveglia.

Caro fiume quando accarezzerai il mio corpo, fa’ che le tue acque scorrano su di me delicatamente, ricordati l’amore che ho per te, fammi dimenticare i momenti del mio dolore, porta via l’acqua dei momenti infelici, bagnami solo di gioia, toccami fresco sotto i raggi caldi del sole.

La prima volta che sono arrivata da queste parti ero bambina, il mio mondo erano solo i miei genitori e li avevo lì con me, la felicità era nella semplicità dei loro sguardi del loro amore, non era necessario guardare fuori dal finestrino, con loro ero nel mio nido. Ancora oggi nei momenti “meno” torno da loro, mi basta guardarli, percepisco il loro amore anche dal rumore delle scarpe sulle scale, il ritmo dei passi di mamma che viene ad aprirmi è solo per me, mio, è come una danza e lei sola ne conosce i passi e le note, non si è mai tolta il vizio di far rumore, quando lei cammina, la si sente, forse solo quando è con papà riesce ad essere silenziosa. La casa dove vivono mia madre e mio padre è il mio giardino, ci navigherei con la fantasia, con le parole, mi tufferei in essa, non finirei mai di viverla. Fin da piccola ho amato viaggiare, i documentari televisivi erano la mia cioccolata, ogni parco, ogni città, ogni strada mi ha lasciato un qualcosa, sento in me una gran voglia di conoscere gli altri, la loro vita, i posti dove vivono. Quello che ho sempre sognato è di partire un giorno per le vie d’Europa.

L’ombra sul muro si è spostata nel mio cuore. Lì vicino la foto tagliata di me con Betta, credo che fosse durante la terza media, lei era la mia migliore amica. I segreti li avevamo in comune, la scoperta di essere donne ci faceva sentire fragili ma grandi, le curiosità, i ragazzi, fino a poco prima giocavamo solo tra noi, adesso i nostri interessi erano orientati verso l’altro sesso. Con lei i giochi presto cambiarono.

Gli anni più belli, continuavano, la scuola mi piaceva.

Al liceo artistico ho imparato a liberarmi dalla paura dello studio e sentirmi libera, apprezzata anche nel mio modo di essere, non avevo o facevo nulla di particolare, ma ero me stessa. Con Betta ci vedevamo quasi tutti i giorni, crescevamo e questo ci modificava. Io esile, un pochino piatta, lei alta, tutta tonda, mora, bellissima, il suo seno era marmoreo, quando ci spogliavamo per provare i vestiti, il mio sguardo invidiava i suoi seni, la sua biancheria era fine, come d’altronde lo erano tutte le cose che indossava, quando ci vedevano passare, certamente i ragazzi non guardavano me.

Non potevo comunque lamentarmi, anch’io avevo molti “amici”, uno in particolare: Luca. Mi ronzava sempre intorno, timido con me, testa calda a scuola, amico degli amici in classe, ero sotto la sua protezione, anche quando non richiesta. A volte mi infastidiva la sua onnipresenza, ma quando la solitudine incalzava, lui c’era ed è cosi che un mattino d’autunno, di quelli in cui non hai voglia di far niente, mi venne l’idea di chiedere a mia madre se potevo non andare a scuola perché mi sentivo un po’ stanca.

Con quelle parole nelle orecchie e quel “fuoco” appena acceso, nel groviglio della mani, dei piedi e dei baci, scoprii finalmente “ il segreto dei ragazzi”, ne avevamo parlato con Betta, l’anatomia la conoscevamo, ma una cosa così ….. non l’avrei mai creduta, mi sono sentita un attimo strana e quando appoggiata sui suoi pantaloni mi sono accorta che non ero certo su una superficie piana, la curiosità è stata più forte della resistenza, ho stretto solo un attimo e, con mia sorpresa, fui pervasa da un’intensa sensazione di calore. Per fortuna (o sfortuna) l’arrivo di altre persone mise fine alla cosa. Le mie prime esperienze amorose si sono materializzate in pochi minuti e per smaltire quella sbornia ci sono voluti mesi. Nei giorni successivi non gli ho rivolto la parola. Ma a Betta ho raccontato tutto, un po’ per amicizia ed un po’ perché, questa volta, ero arrivata prima io.

Alla fine delle medie, seguendo un po’ le indicazioni di papà che sosteneva che ero una creativa, con Betta ci iscrivemmo al liceo artistico, la sfortuna volle che capitassimo in due classi diverse, poco male, potevamo comunque viaggiare insieme e vederci tutti i giorni.

La scuola era interessantissima, il disegno era la mia passione ed anche i professori se ne accorsero, in poco tempo passai, dall’anonimato della terza media alla ragazza da seguire e da imitare, cambiò anche il mio modo di vestire e diciamo che non ero più così piatta. Betta era sempre più bella ma con lo studio aveva problemi.

Il primo ed il secondo anno passarono e con loro il mio essere bambina. Al terzo anno, ricordo che eravamo nell’aula di figura, c’era anche Betta e la sua classe, era la prima volta che avevamo a disposizione una modella, lo studio del corpo umano è importantissimo nel disegno, la curiosità era tanta, i ragazzi navigavano con le loro menti in un mare di sogni proibiti, ma quando, senza nessun imbarazzo si tolse i vestiti, superò le loro più audaci aspettative, era lì in mezzo a noi a cercare una posa, completamente nuda! Noi al massimo ci aspettavamo restasse in slip. I ragazzi persero la baldanza, il rosso era il colore predominante, credo lei lo sapesse e che un po’ le piacesse. Io e le altre ragazze saremmo fuggite volentieri, non per la modella, ma per tutti i commenti ed i paragoni che seguirono. Cominciò la lezione e con essa calò la tensione, il prof. girava tra i cavalletti e controllava i lavori, disegnai il corpo, lo migliorai molto, mi dovrebbe quasi ringraziare, ma la sua mano sinistra non riuscivo proprio a disegnarla, il prof. se ne accorse, mi diede qualche consiglio e chiamò al mio fianco un ragazzo ripetente, bravissimo nel disegno ma negato nelle altre materie.

Con lui vicino disegnai la mia migliore mano, in quel momento non sapevo che sarebbe diventato parte della mia vita. Settimana dopo settimana, le lezioni di figura divennero una lezione in coppia, sempre vicini di cavalletto, l’amicizia era nata, ma il suo sguardo si posava sempre su una ragazza della mia classe. Io commentavo la pettinatura e la sua completa mancanza di vergogna, il suo modo di vestire, le sue unghie non curate. Francesco commentava il suo posteriore, quei seni tondi, io li vedevo cadenti lui “appetitosi”, non scrivo i commenti del punto più gettonato e sulle varie pose. Pensava solo a ragazze e sesso, dopo un po’ cominciai ad odiarlo! Giurai che mai mi sarei messa con un imbecille del genere. Dopo un paio di mesi mi allontanai da lui, non lo salutavo nemmeno più, era sempre in giro con l’altra. Il terzo anno finì e le vacanze cominciarono, al mare quello fu un anno magico, le mie forme cambiarono notevolmente e di conseguenza le attenzioni dei ragazzi si moltiplicarono, il mio telefono squillava in continuazione, le serate in discoteca si alternavano con quelle sulla spiaggia, baciare i ragazzi, che passione!

La sveglia del primo giorno di scuola fu terribile.

L’autunno si era portato via l’estate e con essa un’altra stagione della mia vita, io ancora non lo sapevo ma quell’ anno l’avrei ricordato per sempre.

Arrivai, la classe era in fermento, all’ingresso della prof. di storia dell’arte, il gruppo si sciolse, tutti cercammo il banco dell’anno precedente, mi avvicinai e con enorme sorpresa ci trovai Francesco, <> dissi di getto. Si alzò e vedendomi un po’ arrabbiata, mi diede un bacio sulla guancia , senza parlare si mise nel banco di dietro. Rimasi di stucco! Cosa era successo? La lezione ebbe inizio, ma l’idea di essere stata troppo aggressiva nei suoi confronti mi accompagnò tutta la mattinata e poi c’era quella stranezza del bacio e di quel suo silenzio. La mia testa mi frullava i pensieri, senza riuscire a trarne nemmeno un’idea. Mercoledì mattina, prime quattro ore di figura con la modella, già mi aspettavo i soliti commenti ironici e principalmente quelli di Francesco. Durante la lezione, lui non disse una parola, fece più di un disegno, varie prove, anche il prof. si accorse meravigliato di quel silenzio. Il suo sguardo era cambiato, qualcosa era successo, nei giorni, nelle settimane seguenti in classe era come se non ci fosse, si sentiva la sua voce solo durante le interrogazioni, nessun interesse per gli amici e cosa alquanto strana, nessun contatto con noi ragazze.

Bello! Bello e tenebroso! Occhi da gatto, pensieri sconosciuti, la curiosità è donna ed io lo ero e per questo mi riavvicinai a lui.

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