Il Compromesso Storico ...id="size6">id="red">
Questa storiella la dedico agli amici che “abitano” il grande fiume e che lo conoscono nell’intimità e che del grandissimo Giovannino Guareschi ne sono gli estimatori. Come me!
Una Domenica pomeriggio, cielo grigio su-foglie gialle giù. Nebbia fittissima, il grande fiume scorre placido e limaccioso verso il mare portandosi dietro racconti di piazzole ancora fiorite nonostante la brutta stagione.
Non sono nato da quelle parti, ma quando voglio star solo con i miei pensieri vengo volentieri qui e passeggio lentamente; bavero alzato e mani in tasca. Il treno a vapore corre sbuffando tra gli argini …..mi accorgo di sognare, ecco si stavo proprio sognando.
Stramuccato... sul divano guardo con un occhio solo e semiaperto, svogliatamente quello che propina la tv e cioè il niente, il vuoto e l’insulto pomeridiano suddiviso equamente tra le due ‘corazzate’ antagoniste della guerra all’ultimo ascolto del disgusto e oscenità.
L’altro occhio è decisamente chiuso insieme alla metà del mio cervello, quella che è ancora in pausa- pranzo. Io che amante del sole, del mare e dell’aria buona, costretto alla lampadina e al chiuso in quattro mura che rappresentano per chi è di spirito libero, le privazioni della prigione.
Il motocamper è in garage. Lo vado a trovare pensando di vederlo già pronto con il guinzaglio in bocca e il gavone scodinzolante pronto per la gita fuori porta.
Invece è assopito e ronfa tranquillamente con il climatizzatore al punto giusto: ne caldo ne freddo; un teporino perfetto per non seccare le guarnizioni e non far ghiacciare le tubazioni.Mi avvicino lentamente per non disturbarlo e salgo piano dal lato guida sedendomi al manubrio-volante.
Fermo, immobile! Giro la chiave e la sua faccia si illumina di rosso: I grandi occhi dei giri e quello della velocità sono socchiusi; lancette a zero. Il piccolo della miscela lampeggia giallo come per dirmi che bisogna già spendere, ancora prima di partire e quello della temperatura mi ricorda che fuori fa veramente freddo.
Non importa dico io, facciamo un giretto almeno fino a Viadana per sgranchirci le gambe già ovalizzate causa il perdurare della lunga sosta.
Telecomando schiacciato e basculante che si innalza verso il cielo lasciando entrare tutta la nebbia che aspettava fuori da ore e al freddo questo momento.
Nella cabina aperta non si vede niente, ma sono esperto: so a memoria dove si trovano i pedali e le leve. Due grandi e uno piccolo al pavimento e due leve e l’acceleratore dietro il piccolo parabrezza: non mi posso di certo sbagliare.
Cerco di infilare la chiave nel buco e qui fantasmi non richiesti escono prepotentemente tra la nebbia ricordandomi maliziosamente che non sono mai stato molto esperto in quelle situazioni. D’accordo che dovevo sempre farmi aiutare,ma il passare del tempo,la pazienza, l’affiatamento e la compassione tutto sommato mi hanno consentito una tranquilla e serena vita matrimoniale.
Trovo la chiave e stavolta pure il buco giusto; con un sorriso scaccio dalla mente i contorti pensieri e metto in moto, ovviamente non senza prima indossare e allacciare bene il casco integrale provvisto di interfono, navigatore satellitare e tergicristallo intermittente manuale.
Non parte al primo colpo e neanche al secondo.
Devo scendere e dare con forza la pedata alla manovella di messa in moto e finalmente un denso fumo mi conferma l’avvenuta accensione. Tre o quattro colpetti di acceleratore e il motore prende i giri giusti per girare (come farebbe a girare senza i giri giusti, nessuno lo sa e a pochi importa) e mi appresto a partire.
Metto le coprimanopole in lana d’angora color carota… e quindi anche se fa molto freddo lo sentirò sicuramente di meno. Aggiusto gli specchietti che purtroppo incrociando il mio viso si frantumano dallo spavento, ma ho il ricambio in tasca e provvedo alla sostituzione facendo un pit stop velocissimo degno del grande, famoso e vincente pilota che ero in gioventù.
Il manubrio traballa un po’ per via delle gomme non ancora in temperatura; evidente che le termocoperte non avevano ancora fatto il loro dovere, svegliate di soprassalto così senza preavviso e considerando la bassa temperatura dell’asfalto il rischio di finire fuori strada alla prima curva era notevole.
Rimango in prima percorrendo appunto la pericolosa svolta, poi davanti a me il lungo rettilineo invita a scaricare tutta la potenza dell' ErcoleGuzzi provvisto di oltre un centinaio di ronzini in nervosa attesa del rodeo scatenante.
Arrivo alla fine del rettilineo in sesta ad oltre venticinque km/h e mi attacco ai freni: uno a pedale e l’altro a leva ma si sa che l’uno non compensa l’altro, anzi, lo esclude. La rotonda si avvicinava più minacciosa, sempre più vicina…tento una telefonata in Francia perché mi confermino il diritto di precedenza ma mi finiscono subito i gettoni e mi perdo la risposta.
Cerco la staccata al limite facendo uscire tutto il ginocchio rotuleo strisciando con la saponetta per sentire meglio il contatto con l’asfalto e spostando tutto il corpo verso l’interno, ma di colpo mi parte l’anteriore sinistra e perdo l’arto in una siepe di rododendri che ‘rodevano’ contro di me. Tre testacoda in un attimo che pareva non finire mai. Poi di colpo il silenzio….e una nube nera, densa di mistero.
Resti di motocamper sparsi nel raggio di oltre tremila chilometri confermano la caduta. Io non me ero neanche accorto e appresi la notizia della mia ‘dipartita’ attraverso un forum di Col dove tutti gli iscritti improvvisarono una gigantesca grigliata così da riuscire ad eliminarmi velocemente sulle ardenti braci piuttosto che a fuoco lento come stavano già facendo invano da alcuni mesi.
Mi risvegliai: ero circondato da un pioppeto rosso ( si, rosso…avete letto bene) piante, erba e fiume rosso mentre il cielo era rosso (ma va?) Mi ritrovai seduto su una poltrona color rosso di bue….si anche i buoi erano rossi, così come i tori vincitori del mondiale e pure gli abitanti di tutta la provincia erano rossi…e chissà se troverò anche le giovani compagne mi domandai arrossendo un pochino.
Ma ero solo, per fortuna la mia dolce bianca metà era rimasta a casa e forse non aveva ancora avuto notizie dell’incidente e quindi in sua assenza era abbastanza logico che cercassi tra le rosse una bianca (per chi non lo sapesse ancora, le compagne non sono rosse, sono bianche e pure bionde n.d.r) che mi avrebbe certamente riportato un po’ “su di morale”.
Alla mia età ci vogliono emozioni forti per riportare su il morale quindi bacchettoni che non siete altro fatevi i morali vostri che è meglio…se ci riuscite ancora….)
Tuoni, fulmini e saette….e assolo di batteria ad andamento lento.
Davanti a me si materializza lui: il diavul in persona. Buongiorno dissi allungando amichevolmente la mano: Come sta? Non mi degnò di uno sguardo: prese il forcone a cinque punte e cominciò a trafiggermi... il gavone. Eh no! Risposi, non si fa, non si fa! Poi entra l’acqua e il concessionario non interviene, si lava le mani (altre infiltrazioni) e mi tocca pagare fino all’ultimo centesimo la riparazione e vista l’età non sono più neanche in garanzia.
Si inforchi lei da solo e non mi rivolga più la parola! Io neppure la conosco e vuole già inforcarmi.
Guardi che questo sport nei miei confronti era già praticato su di me da vivo: almeno adesso che sono in stand-by cerchiamo di preservarlo sto gavone: Non le pare? E’ già anche fuori peso e non vorrei che crollasse del tutto.
Il diavul girò i tacchi e si allontanò seguito da un codazzo di camperisti che gli andavano dietro cercando di farselo amico dopo certi “comportamenti” terreni, anzi di sosta. Ho detto “farselo amico” e non “farselo!” anche se mi risultava che tanti camperisti invece di vendergli l’anima….gli avrebbero voluto vendere…. altro…!
Non fa per me questo posto d’inferno dissi e cercai l’uscita d’emergenza in quanto il rosso portone era chiuso ormai con doppia mandata e da lì non si sarebbe mai potuti uscire.
Cercai la freccia purgatorio ma l’avevano sradicata il giorno prima.
Dietro una siepe di fragoline di bosco uno strano movimento mi fece sobbalzare. Intravvedo una bella compagna giovane, talmente giovane che il padre non gli aveva ancora parlato di politica.
Bellissima, alta. Quel giusto magro ma con tutto il grasso al posto giusto: Biondissima naturale e per fortuna non ancora rifatta; due labbra sottili di color rosso delicato e i dentini bianchissimi e felici che si lasciavano accarezzare dolcemente dalla lingua, anch’essa sul rosso antico pur se giovane e ancora inesperta.
Si avvicinò tremante cercando conforto nei miei occhi, notoriamente confortanti. La confortai prendendole dolcemente la mano: Com’e il tuo nome dolce e bella fanciulla?
Mi chiamo Pepita.
Pepita? Ma non sembra un nome russo, mi da più l’idea di yankee americano tipo cercatore d’oro del vecchio west. No,no…sono rossa verace. Mio padre tu l’hai conosciuto, eri un suo amico, anzi un suo grande ammiratore.
Oh… basta là…dissi nel mio piemontese stretto. Chi sarebbe stato tuo padre? Mio padre era Pepito Sbazzeguti, ricordi? Il Giuseppe Bottazzi vincitore di dieci milioni al totocalcio, quel Peppone sindaco di Brescello grande amico-nemico di Don Camillo. Porca miseria se mi ricordo!
Accidenti, quindi tu saresti la figlia del sindaco compagno coi baffoni? Eh sì, sono proprio la figlia. E scusami, come mai sei all’inferno? Perché tutti noi, prima o poi passiamo di qua…. E’ il nostro destino! Fino a poco tempo fa c’era anche il mio povero papà sai? Era finito anche lui subito all’inferno perché non aveva devoluto tutta la vincita al partito.
Porca miseria, adesso capisco perché era così agitato e con la febbre a cinquanta quando ha saputo della vincita. E poi siccome qui sono tutti rossi e serviva un sindaco, hanno pensato a lui pover’uomo.
Senti Pepita, ma hai notizie anche del mio grande amico Don Camillo? No, no lui non è qui! Questo lo immaginavo…Lui è ai piani di sopra! E sai se è ancora vivo? Certo che è ancora vivo! Ma da quando in qua, i preti se ne vanno! A tè pròpi rasùn dissi nel mio dialetto.
Mi piaceva tanto Don Camillo con quell’incedere particolare con le mani dietro la schiena… schiena che nascondeva quel grosso bastone…..
La presi per mano e scavalcando il solito finestrino del bagno, lasciato sempre aperto, ci ritrovammo al di là del muro di Berlino fuori portata dalle mitragliate che ci sventagliavano contro i nostalgici del regime.
Eravamo di nuovo sulla terra e per di più vivi e vegeti. Io ancor di più vegeto: tutto merito della biondina che si stava innamorando del suo salvatore.
Toh, che gradita sorpresa: Ci stava aspettando col motore duetempi acceso e in passamontagna scuro il mio fedele motocamper. Piangeva di commozione nell’avermi ritrovato svuotando tutta la vaschetta del tergicristallo.
Gli presentai la ragazza e lui si coricò sul fianco come in un educato inchino alla signora: non gli riuscì il baciamano perché aveva ancora calzate le coprimanopole di pelo di coniglio e non sarebbe stato educato fare il solletico in quella circostanza oltretutto avendola appena conosciuta.
Dopo le presentazioni e i soliti convenevoli ci accorgemmo che si stava facendo notte e il calar del sole unito alla stanchezza della dura giornata, delle forti emozioni e paure subite, ci costrinsero a cercare un giaciglio dove passare la notte.
Ci apprestammo a cercare per la sosta un’ area consentita e far riposare le nostre membra assai provate dalla dura battaglia vinta contro il famoso diavul in persona e i suoi prepotenti camperisti aiutanti.
Ci fermammo in una tranquilla piazzola lungo il fiume.
Bellissima, tutta fiorita con il prato perfettamente rasato e al centro addirittura già il fuoco acceso. In un angolo, appoggiata alla maestosa quercia, una vecchia bicicletta. Passammo sotto l’insegna a fari spenti per non svegliare le piccole coccinelle itineranti e ci guardammo attorno estasiati dal constatare come fosse possibile l’esistenza ai nostri giorni di un posto così magico.
Che romantico disse la giovin compagna abbracciandomi teneramente.
Io che non mi sono mai fidato delle apparenze sollevai per un istante il soffice manto erboso alla ricerca di qualche serpentello che non manca mai nelle vicinanze di un fiume.
Ci vennero incontro tre belle e giovani donne che guardando di traverso (secondo me, un po’ gelose) la bionda compagna, gli ficcarono in mano (in malo modo) e senza profferir parola alcuna il vassoio colmo di dolci ed il classico bicchierino di liquore alle noci, quale tradizionale benvenuto al viandante camperista pellegrino che si apprestava a passare lì la notte.
A me niente! Neanche uno sguardo, ne una parola. Si vedeva lontano un chilometro che erano offese. Mi diedero di malavoglia un sigaro e una di loro, forse quella che una volta mi voleva più bene, mi allungò un bacchetto acceso.
Le guardai negli occhi cercando, io stavolta, conforto ma mi accorsi ben presto che mi conveniva cambiare decisamente aria. Tentai un accenno di scuse ma non ne vollero sapere e ritornarono a sedersi alla reception in attesa dei soliti perditempo che ogni sera, chi con la chitarra, chi con le paste, chi con i sigari facevano notte fonda raccontando storie di antichi mestieri e di vita vissuta in una specie di “Ritorno al Passato” denso di commozione.
Parlavano sempre sottovoce, educati e rispettosi. Ascoltavano in silenzio e prima di ritornare alle proprie case, alle proprie compagne si fermavano ancora un attimo a bere l’ultimo goccetto di rosso, inventandosi altre storie che avrebbero dovuto giustificare il più che tardivo rientro a casa.
Mi apprestavo al sonno ristoratore dei giusti quando dalla finestra della reception le tre ragazze tutte insieme mi fecero un gesto; quello della mano portata all’altezza degli occhi che chiaramente intendeva dire: ci pensiamo noi ad avvisare tua moglie….ci pensiamo noi. Valà che appena torni a casa ti sistemerà per bene.
Feci l’indifferente. D’altronde lo sapevano benissimo tutte e tre che ero molto orgoglioso, raccolsi i documenti, firmai la ricevuta e mi rifugiai in mansarda, nel mio motocamper e spensi subito la luce. Mi infilai sotto le coperte e le trovai stranamente alla giusta temperatura; un piacevole e naturale torpore mi avvolse all’improvviso e senza preavviso.
Carramba che sorpresa! La Pepita mi abbracciò teneramente sussurrandomi tenere parole in dialetto che io non capivo ma che sempre più forti e sempre più veloci culminarono in un da, da, daaa, daaaaaaaaa! di sublime compiacimento.
Pur non portando la tunica, avevo inventato nel mio piccolo una specie di “compromesso storico” e mi fu assegnato seduta stante, grazie a quella notte di Solidarnosc e Perestroika,il Nobel per la Pace.
Ero riuscito a fondere il meglio di Don Camillo e Peppone in un unico valore a tutto vantaggio dell’armonia apolitica di quella piazzola non per niente chiamata “del Ritorno al Passato”.
E il grande fiume che scorreva placido quella notte ne fu il silenzioso testimone.
Al mattino le tre giovani donne, bussarono per augurarmi il buon giorno, come ai vecchi tempi.
Scesi incredulo (viste le circostanze) ancora in bermuda e ciabatte di panno e colsi tre rose rosse di gambo lungo e le porsi gentilmente chiedendo ancora scusa.
Arrivò all’improvviso anche mia moglie. Qualcuno (a) aveva fatto sicuramente la spia e chi se non le tre giovindonne titolari dello spazio erboso in questione? Vidi mia moglie che si avvicinava armata di mazza da baseball; lentamente….
Il suo sguardo era minaccioso e mi scansò decisa. Fece roteare la mazza con un’abilità a me sconosciuta. Si vede che nel frattempo si era abbondantemente esercitata. Io ero lì in piedi e con le mutande appese ad un filo….
Amore, non è come pensi! Tu mi conosci e sai benissimo che non ne sarei capace. Ma non piansi. L’avevo già fatto troppe volte e nel serbatoio non c’erano più lacrime ma solo un decilitro di grappa bianca da usare al bisogno in caso d’emergenza.
La mazza smise di roteare e venne gettata nel fiume. Lei mi guardò teneramente dietro gli occhiali appannati ma subito non mi riconobbe.
La coccinella nel frattempo svegliata, si arrampicò su per la manica e si posò sugli occhiali pulendoli con un soffice panno che si portava sempre dietro.
La vista tornò limpida e il viso si distese. Mi abbracciò dicendomi che mi avrebbe perdonato, che tutto era dimenticato. Il tuo posto è qui con tutti i tuoi amici, con me. Non pensiamo al futuro e neanche alla distensione. Quando la vecchia vestita di nero busserà tre volte in piazzola allora ci prenderemo per mano e affronteremo insieme il lungo viaggio di sola andata verso i confini della realtà questa volta senza odio ne conflitti di colore.
L’abbracciai cercando affannosamente un’altra rosa di gambo lungo, ma nella concitazione del momento trovai solo il gambo, sì lungo ma ahimè pieno di spine. Poi offrendo il fiore della pace gli dissi: Amore, credimi non è come pensi.
Dal motocamper scese in rossa vestaglia la compagna rossa diventata bianca. Si fece silenzio: Le tre giovani donne incrociarono le braccia e mia moglie si avvicinò a lei prendendola per un braccio: Cos’erano sti lamenti notturni con mio marito? Eh, cos’erano?
Venti di guerra si alzarono improvvisi. Silenzio di tomba. Gli avvoltoi si alzarono in volo pronti a colpire, addirittura le foglie smisero di strisciare sul prato e il placido fiume fermò la sua discesa verso il mare.
Una sonora risata uscì dalla bocca rossa della bionda bianco rossa
Ahahahahahah! Ci guardò tutti negli occhi continuando a ridere. Ahahahahahahah! Stanotte..e rideva... stanotte gridavo da, da, da, da, perché e rideva... gridavo da, da, da perché ero riuscita finalmente e al buio a mettermi lo smalto nelle unghie……ahahahah!
Le tre giovani donne abbracciarono mia moglie e corsero verso la giovane compagna. La sommersero in un unico caloroso abbraccio. L’onore della famiglia era salvo, il compromesso storico pure, le corna rimasero appese al chiodo ed erano tutte felici e contente.
Da lassù Don Camillo sorrideva commosso e si affrettò a riporre il bastone in quel vecchio baule pieno di ricordi che teneva in soffitta.
Peppone si lisciò i grossi baffi e riunì subito il consiglio comunale.
La parola d’ordine “distensione” sembrava aver dato veramente i suoi frutti…….
Dietro la quercia un mio vecchio amico se ne stava tranquillamente in disparte assistendo alla scena e fumandosi il sigaro con lunghe e distese boccate.Mi guardò e strizzò l’occhio in segno di complicità. Lo smalto alle unghie?
E scoppiò in una sonora risata…..da, da ,da,…….lo smalto alle unghie e rideva...rideva...rideva...lo smalto alle unghie...e rideva...
Com’è bella la piazzola!
CopyrightMustang21[:D]
Modificato da Mustang21 il 22/11/2010 alle 12:34:19