Inserito il 25/11/2010 alle: 19:17:39
Il paesello natìo…id="size6">id="green">
Uno sguardo verso la pianura con alle spalle una vallata in mezzo ai boschi di querce, acacie e gaggie, proprio sotto la montagna e immersa nella rigogliosa natura di prati e ruscelli ancora incontaminati del dopoguerra. La città per noi lontana seppur vicina veniva raggiunta dopo un’oretta di trenino, quello a scartamento ridotto o con la corriera che ad ogni tornante dava fiato alle trombe annunciando l’ingombrante passaggio. Le poche automobili l’attendevano ferme sul ciglio della strada e l’incrocio avveniva scambiandosi sempre un saluto o un gesto di ringraziamento.
Il mio paese, piccolo e raccolto godeva di una posizione favorevole, baciato dal sole che amava fargli il girotondo. Peccato che nell’inverno più duro e freddo di quegli anni le strade a valle fossero perenni lastre di vivo ghiaccio dove a malapena ci si stava in piedi e per raggiungere lo “stradone” liberato dalla neve ci si doveva arrangiare tenendoci in equilibrio con un bastone intagliato dal nonno o dall’ombrello, fedele compagno di strada che non ti lasciava mai neanche nelle giornate di sole. Si perché dalle mie parti al mattino sembrava essere sereno, poi al meriggio le nuvole assetate di pioggia solcavano veloci i cieli in attesa del calmarsi del vento, per poi scaricare sulla gente come noi il dispetto per essere nati poveri.
Mio padre aveva la Guzzi, mito dai nomi gentili: Airone, Falcone, Allodola, Stornello, Galletto, Zigolo ecc. rossa, cromata e con quel volano che girava così veloce che stavi ore ad osservarlo pensando di essere sulla giostra. Il classico pom-pom-pom, lento e ritmato del motore la rendevano unica nel suo genere e mai altra moto ebbe un fascino così particolare. Mi sedeva sul serbatoio, mio padre e io tenevo le mani sul manubrio pensando di guidarla in mezzo a quelle curve che non finivano mai, a volte così inclinati da temere di “perdere” la mamma seduta dietro pur se sempre abbracciata con forza a papà. Eravamo felici noi tre pur essendo una famiglia umile e operaia e non ci mancava niente del necessario pur mancandoci tutto del desiderio, ma a noi andava bene così.
La nonna che abitava in un altro paesino era rimasta troppo presto da sola perché il grande nonno coi baffi che si chiamava come me aveva dato la vita per la Patria nella guerra 1915-18 e come ricordo rimane solo il suo nome in rilievo sulla vecchia lapide nella facciata in piazza del Municipio. Lui e tanti altri come lui, troppi se col senno di poi guardiamo cosa sta accadendo ai giostri giorni, chiedendoci se ne fosse valsa la pena immolarsi a vent’anni per difendere un tricolore che non ha mai unito.
Prima l’asilo poi le elementari con il grembiulino nero, il colletto rigido e il fazzoletto azzurro annodato con cura.La cartellona di cuoio grasso con le due fibbie che racchiudeva tutto il nostro sapere, i quaderni a quadretti e a righe rosse con la copertina nera, qualche libro, il dizionario e il magico astuccio con le matite colorate sempre perfettamente appuntite che ordinatamente venivano trattenute con cura per mezzo dell’elastico. Io posso dire di avere usato ancora il calamaio di vetro con il tappo di bachelite avvitato riempito d’inchiostro fino all’orlo e a volte oltre…. e con la penna lunga e sottile accompagnata dalla scatoletta con i pennini di ricambio.
Le dita bluastre erano testimoni del nostro sapere e regolarmente venivamo sgridati perché non accettavamo di buon grado di dover andare spesso a lavarsele. Si foderavano i libri con la carta lucida e colorata per non sciuparli e guai se i quaderni avevano le pagine con le orecchie, difatti non volevano “sentire” ragione alcuna e ci si dava da fare per piegarle dolcemente in senso inverso cercando di farle sparire.
Io avevo due gomme: una metà rossa e metà blu di diversa durezza e poi quella che chiamavamo gomma pane così morbida che la tenevamo sempre in bocca alternandola con feroci morsi alla povera matita che non ne poteva niente se non quella di nascondere il nervoso e la nostra ignoranza quando venivamo interrogati ma che poi si asciugava il tutto con il tampone di carta assorbente.
Un gustoso episodio alle elementari mi sconvolse la vita e ancora adesso ne pago le conseguenze. Dunque all’ingresso della scuola era posizionata su una specie di altare una Madonnina di altezza diciamo naturale. Sorrideva e il suo capo era avvolto da una aureola illuminata di azzurro. Porgeva ambedue le mani in avanti reggendo un piccolo vassoio che noi bambini, dovendo fare il fioretto, avremmo dovuto riempire con il sacrificio delle nostre privazioni.
Un giorno la mela, un giorno il biscotto un altro ancora la caramella oppure il fruttino. Vi ricordate cos’era il fruttino? Quella tavoletta di marmellata gelatinosa di mela cotogna, quella confettura della quale non potevamo farne a meno (l’abbiamo sempre comprato -della zuegg- per tenerlo in camper e tutt’ora a volte quando lo troviamo al supermercato ne facciamo incetta).
Tutte le mattine le Suore mi (ci) facevano aprire il cestino (pane, burro e marmellata, a volte la cioccolata, a volte il panino col salame o mortadella o prosciutto cotto oppure la frittata; una mela o pera o mandarino, il tovagliolino a quadretti bianco e rosso, qualche caramella o cioccolatino) e ci obbligava a depositare parte del contenuto dicendo che bisognava fare il fioretto alla Madonna.
Devo confessare che sta storia non mi è mai andata giù, uno perché ero già robustino da piccolo e quindi necessitavo di ulteriori calorie e secondo perché non riuscivo a capire il motivo di tanto accanimento nell’appropriazione indebita obbligatoria di generi di prima necessità (per me). Lo facevo controvoglia, lo confesso e incominciai a “odiare” le Suore chiamandole “pinguini” e cercando sempre di entrare senza farmi vedere per non sottostare a quella specie di ricatto.
Io avevo anche il problema che i miei genitori lavoravano in fabbrica abbastanza distanti da dove c’era la scuola e al mattino (in moto) mi accompagnavano molto presto per cui dovevo stare ad aspettare per oltre un ora l’apertura delle aule e giocoforza venivo con tutta calma costretto a “fiorettare” per primo. E quando sei il primo non puoi depositare nel vassoio…mezza porzione o un trancio di mela o due spicchi d’arancio. Devi presentare il meglio e di questo un giorno mi ribellai.
Ero alto come un soldo di cacio, come si suol dire ma mi facevo già sentire e il Mustang che cresceva in me dimostrava, pur nel rispetto ed educazione, una certa attitudine alla ribellione e indipendenza.
Una mattina, approfittando dell’assenza della Superiora, vista l’ora crepuscolare, svuotai le caramelle dal dolce contenuto e le ricostruì mantenendone la forma originale inserendo delle palline di carta precedentemente bagnate e “appallottolate” per benino. Ricordo che erano tante perché non stavano nel palmo della mia manina.
Arrivò la Superiora e come al solito mi salutò: Ciao Silvietto, l’ hai già fatto il fioretto? No Madre Superiora, risposi…adesso ci penso e davanti a lei scaricai tutto ma proprio tutto il contenuto del cestino. Bravo Silvietto, mi disse…ma come mai questa mattina sei così generoso? Hai per caso fatto qualche marachella che ti devi far perdonare? Sì, Suora…..ho raccontato una bugia alla mamma. Non si fa, non si fa, rispose lei, convinta di avermi colto in fallo.
Per penitenza oggi salti la merenda.
Ero già incaz…to di mio e non la mandai a stendere perché non ne conoscevo ancora il significato della parola, ma voi sappiate che non è andata veramente così…..Feci finta di niente e mi nascosi dietro ad un banchetto vicino all’ingresso, lasciando la cartella e il cestino bene in vista sulla panca di legno. Uno dopo l’altro arrivarono anche i miei compagni e a turno vuotarono il loro cestino, ricevendo un benevolo colpettino sulla nuca in segno di ringraziamento. Il vassoio era stracolmo di ogni ben di Dio: Giusto nominarlo perché anche lui era parte in causa……d’altronde era la Madonna che doveva occuparsi delle faccende domestiche e della spesa quotidiana e visto che erano in tanti……..serviva un certo quantitativo per sfamare tutte quelle bocche (Sante…..)
Tutti in classe…presto! ….ma dov’è il Silvietto? C’è qui il suo grembiule e non dev’essere lontano.
E’ in bagno Suora, rispose la sapientona di turno, antipatica, capelli color carota e pure con le lentiggini! Nessuno più si preoccupò di me che di nascosto osservavo gustandomi la scena. Di colpo arrivò il bidello, confabulò con la Superiora e tenendo una scatola aperta in mano, svuotò tutto il vassoio dei fioretti. Si allontanarono e io li seguì fino al refettorio (ricordate cos’era?) non il “riformatorio” cattivelli che non siete altro…..Aprirono una grande dispensa in legno scuro e miracolo……devo dire che vidi davvero “La Madonna”…….
Pieno, zeppo di biscotti, caramelle e cioccolatini. Tanta ma tanta di quella dolcezza da far impazzire il mondo…..Non ci potevo credere, ecco dov’erano finiti tutti i nostri fioretti. Ma il bello viene adesso…….La Superiora svuota il cartone sul tavolo e divide alla belle meglio il contenuto porgendolo al bidello che ringrazia, raccoglie e se ne và. Allora io esco fuori e incomincio a gridare così forte che tutti fanno capolino dalle aule, topolini compresi. Fermo in mezzo all’ingresso, dritto come un fusto. Mano destra allungata e dito indice puntato verso la Superiora, nel frattempo sopraggiunta di gran carriera. ….Vi ho visti, vi ho visti gridavo….sono loro che mangiano i fioretti, sono loro…..
Devo dire che già da piccolo mi sono sempre preso le mie responsabilità, anche se mi sono costate veramente care, ma tant’è sono fatto così e me ne vanto. Un macello, grida, pianti e risate:di tutto e di più. Di colpo il silenzio. Scende dalla grande scala centrale un tizio pelato e con panza, vestito in doppiopetto (per via della panza s’intende…..)
Zittisce l’assemblea e vedendomi da solo in piedi con ancora il dito puntato mi fa….Chi è stato! Boh, e chi sarà stato dico tra me e me. E tu chi sei? Sono il capitan findus del nucleo antisofisticazioni della legione straniera, risposi facendo vedere il tesserino con i punti della raccolta ELAH…….quella delle caramelle MOU che non c’azzeccano con il Mourinho interista……..
Documenti prego….e passai da tutti a ritirare i passaporti. Il Preside ammutolì ma chiese la parola…… Come fai a dimostrare che la Madre Superiora si è appropriata dei fioretti? Lo puoi dimostrare? -disse lanciandomi un occhiata al lanciafiamme. Fermi tutti,gridai ! Ho le prove!
Mormorio d’approvazione da parte dei marmocchi presenti. Vediamole ste prove, disse l’omone gonfiando ulteriormente la panza in segno di sfida. Ciccio….dissi, sta calmo ok?
E in quell’ istante i miei compagni esplosero cantando tutti in coro……we are the champions….we are the champions, facendo la ola sui banchi…….Ecco le prove!….Madre Superiora, scarti quelle caramelle per favore e troverà la sorpresa…….
E lei spavalda….che sorpresa dobbiamo trovare Silvietto se non la conferma delle bugie che stai raccontando……Scarta, scarta, veloce….imposi con tutta la mia voce di scorta.
La madre Superiora con aria di sufficienza scarta la caramella e la mette in bocca………..silenzio di tomba……non succede niente e al preside sta già tornando il sorriso…..quando di colpo uno sputo di violenza inaudita partito dalla bocca della Superiora manda in frantumi lo specchio dell’ingresso e rimbalzando spegne lampadine, lampadari, abatjour e addirittura l’azzurra aureola della povera Madonnina la quale piuttosto adirata fa cenno alla Superiora che le deve parlare in privato.
Era la prova provata delle malefatte nei nostri confronti: I miei compagni mi nominarono subito capo classe, mi misero un foulard rosso al collo e mi diedero, seduta stante i gradi di subcomandante.
E quel giorno a scuola non si studiò. Venne la sera e mio padre passò a prendermi con la Guzzi. Notò l’aria di festa e pensò che fosse il compleanno di qualcuno. Poi mi vide conciato da subcomandante e facendo finta di niente mi portò a casa ma in cuor suo sapeva che quel giorno era nato un nuovo leader. E che leader!
Avevo una bicicletta con i freni a bacchetta, nera con portapacchi posteriore e quello piccolo a molla sul manubrio tirato a lucido e il fanale già ai tempi cromato, non ricordo la marca forse sbiadita dal tempo e dalla fatica; le carte da gioco con la molletta della biancheria attaccate ai raggi della ruota posteriore fingevano il rombo di una potente motocicletta addirittura più rumorosa della Guzzi di papà.
Sul lato destro un lamierino ovale verniciato di bianco recava il numero 21. Fedele compagna di giochi , viaggi e scorribande per sentieri di terra rossastra in mezzo ai pini e sottoboschi trapuntati di funghi e mirtilli.
D’estate si partiva in bicicletta e in compagnia per andare molto più lontano della solita piazza di paese e lungo i torrenti impetuosi si cercavano “lame” tranquille per ristoratori tuffi rigorosamente in mutande che dopo poco tempo licenziavano l’elastico che le sosteneva. Si rideva senza vergogna, anzi la nudità era gioco e liberazione di mente. Poi asciugati dal caldo sole sopra le pietre sagomate come amache si mangiava il panino portato da casa.
La gazzosa con la pallina, la ricordate? bella fresca immersa nel fiume e legata con la cordicella per il recupero o a volte il chinotto, quello antico o l’aranciata o la famosa cedrata. Ma questo succedeva di rado perché le bibite….anche loro costavano sudore e sacrificio.
Eravamo ricchi senza sapere di esserlo, eravamo poveri ma consapevoli della nostra povertà che essendo equamente distribuita, almeno da noi, non faceva emergere differenze ne di classi sociali ne di invidie giovanili. Uno per tutti e tutti per uno.
La piazza del mio paese era fatta un po’ come tutte le altre immagino; niente di speciale: la Chiesa con la scalinata, a fianco la canonica tenuta in ordine dalla “ vecchia perpetua” sempre in gonna lunga grigia e scialle nero sulle spalle. Il Don non più giovane che non riusciva più a correrci dietro, ad arbitrare le lunghe partite di calcio e sedare le risse inevitabili tra fenomeni calcistici senza futuro.
Poi il distributore di benzina con la pompa manuale della miscela; il negozietto degli alimentari con le cassette della verdura esposta e attiguo il panificio con forno annesso che dispensava anche pasticceria povera. La pasticceria povera sono dolci derivati dal pane, non pasticceria vera e propria con creme e cioccolato.Per questa bisognava “emigrare” in città e di solito avveniva solo nelle grande occasioni o feste comandate. Esempio classico di pasticceria povera erano i “ torcetti “ fatti a mano, imburrati e ricoperti di zucchero. Una vera leccornia!
Nelle grandi occasioni si compravano “ i canestrelli” speciali biscotti al cioccolato che ancora oggi sono il simbolo del mio biellese.
Come liquori per i grandi, oltre alle varietà di grappe e di distillati, si usava
il “ratafià “ liquore alle ciliegie di forte contenuto alcoolico
In piazza ricordo che c’era il tabacchino….non il tabaccaio…..e mettevamo tutti i soldini (pochi, in verità) in mano al più scaltro di noi perché si facesse dare il bastone di liquirizia più lungo e cercando di non dilapidare subito il gruzzolo che gelosamente tenevamo nel borsellino.
Un solo borsellino per tutti, perché tutti dovevano godere di quei “dolci” momenti seduti sulle panchine del viale del cimitero abbondantemente rinfrescato non solo dalle piante di alto fusto.
A proposito di cimitero: andavate anche voi nelle calde e buie sere d’estate sulla collina che sovrastava il cimitero per vedere i “fuochi fatui?” che erano il linguaggio dei defunti contenti per avere inaspettata compagnia?
Vi portavate anche voi la coperta per stendervi sul prato aspettando con evidente paura quelle palle di luce colorata e approfittando dell’occasione per stringere forte la manina dell’amichetta del cuore che subito ricambiava?
Avevamo ancora gli anni con una cifra sola….. e le uniche occasioni di vacanza e svago erano i campi estivi degli scout per poter, seppur giustamente comandati e controllati, esprimere la nostra voglia e desiderio di libertà. E poi c’erano anche le ragazze……e nelle tende qualche furtivo e innocente bacino… ci scappava sempre.
Un bel ricordo quello di certe domeniche mattina quando davanti al solito e unico bar-osteria noi e i nostri genitori ci incontravamo tutti per la gita rigorosamente giornaliera.
Una sfilza di motociclette di tutte le marche e modelli, addirittura qualche sidecar (i più benestanti…….) tirate a lucido ed ordinatamente in fila esposte davanti al monumento dei caduti…..per esorcizzare il raduno……Solo motociclette perché le macchine erano privilegio dei padroni delle fabbriche non certo degli operai. Tanto per dirvi come stavano le cose a casa nostra…se non ricordo male era il 1955 o 56. Papà dovette cambiare ( per usura…..non per sfizio…..) la moto e furono costretti a vendere la macchina da cucire….per poterlo fare.
Non vi dico la contentezza della mamma…eppure per noi è stato così e nel raccontarvelo non provo assolutamente vergogna, che ci crediate o no! Dunque le moto in fila col motore al minimo…..noi pronti a cavalcioni sul serbatoio e qualcuno (in vespa o lambretta) in piedi sulla pedana. Le donne (mamme) si infilavano il sacco da montagna ( in tela spessa con i lacci di cuoio, ricordate?) e strombazzando a più non posso si abbassavano gli occhialoni e ci si dirigeva allegramente verso la meta prescelta per il campestre pic nic. Altro che aree attrezzate………..
Anche lì tavolate uniche e tutti mettevano in tavola tutto quanto avevano e per non fare “ brutte figure” anche qualche rara prelibatezza che in casa si teneva nascosta,da noi ragazzi, s’intende!
La giornata scorreva felice, si mangiava e cantava in allegria dimenticando per un solo attimo la vita dura e grama che al lunedì successivo avrebbero dovuto riprendere. Almeno era così per tanti di noi.
Certo che ricordare le scodelle di insalata russa avvolte e annodate nel grosso tovagliolo a quadretti bianco e rosso mi fa ancora tenerezza e mi commuovo nonostante le sessantun primavere compiute.
O le borracce di montagna riempite di barbera casalinga e non artefatta……che noi ragazzi rubavamo ormai vuote per degustare quelle poche gocce rimaste e poi facendo finta di cadere come morti stecchiti da false ubriacature e per poi zompare in piedi ridendo a squarciagola per lo scampato pericolo…..o le interminabili partite di pallone dove tutti volevano fare il portiere o il centravanti e nessuno si curava delle ali……e della difesa…....o di raccogliere il pallone nel torrente.
Poi c’era l’oratorio…con annesso campo di calcio,in terra, ovviamente. Le interminabili partite pareggiavano sempre le ferite e le spelate non solo di ginocchia. Schiene frustate da contrasti improbabili con avversari sempre più grandi e robusti di te. L’ala sinistra mingherlina, tutto saetta e velocità, si scontrava con il centromediano metodista che col panino in mano arginava con cattiveria e potenza i tuoi guizzi fantasiosi : ed eri prima per aria e poi per terra, dalla quale riuscivi a malapena a rialzarti.
Un buffetto sul collo, una stretta di mano e si riprendeva a prenderle…e a darle, alternando vittorie e sconfitte non in base agli eventuali goal segnati ma esibendo ferite ed ematomi che ti lasciavano stordito e ferito fino alla partita successiva.
Ma no c’era rancore ne violenza: era tutto orgoglio e difesa del colore della maglia che portavi. Il pallone di cuoio, pesante e imprevedibile,alla fine della partita veniva preso in consegna dal “manutentore” di turno che avrebbe provveduto a spalmare di grasso la rotonda palla, lenendo le ferite riportate in combattimento.
Anche le squadre erano diverse: Si andava dal grande Torino alla vecchia gobba Juventina alla famosa grande Inter dei tempi belli o quella degli onnipresente diavoli rossoneri, mentre il tifo, sempre corretto in campo e sugli spalti, contribuiva a riempire le tribune alla domenica mattina.
Mio padre mi costruì un go kart…a spinta. Il telaio in legno con quattro cuscinetti a sfera al posto delle ruote. Un volante preso dal motocarro piantato sul dritto bastone e imbullonato all’asse anteriore, girevole. La carrozzeria formata da lamiera ad “ U “ rovesciata e la calandra con in mezzo un finto fanale di trattore.
Per sedile una cassa di legno imbottita con paglia e tessuto e come propulsione la grande forza e l’entusiasmo dell’adolescenza mentre il sistema frenante era esclusivamente formato dalla “poca” consistenza delle suole delle scarpe ahimè a volte “forate” per raffreddare tutto l’insieme.
Avevo pure il clacson: una vecchia tromba a palla che spaventava i morti, figuriamoci i vivi, che incontrava per strada. Ci buttavamo giù per le sterrate dei boschi sbucando all’improvviso da dietro improbabili arbusti di fascina, rischiando di prendere sotto i vecchi nonni baffuti che andavano per mirtilli o funghi.
Al rientro dell’ultima settimana di scuola, prima delle meritate vacanze, quel giorno a casa nostra una notizia ci sconvolse!
Papà mi prese in disparte ( ho sempre avuto un bellissimo rapporto con mio padre, sin dall’adolescenza) Lui mi ha sempre parlato prima…..e mai dopo, in quanto non ci sarebbe più stato bisogno: Mi ha sempre lasciato libero di fare e pensare –ovviamente nei limiti imposti dall’educazione – facendomi sentire più “grande” di quel che ero.
Dicevo….mi prese in disparte e mi disse all’orecchio….non dire niente alla mamma ma vi mando tutti e due dieci giorni al mare. E ci sono pure…Mario, Francesco, ecc.ecc.) Non esisteva ai tempi il 118 e quindi l’elisoccorso era ancora di là a venire. Ma ebbi bisogno di assistenza medica perché, dalla contentezza, mi feci….la pipì addosso! Cosa ridete, forse a voi non è mai capitato?
La mamma si spaventò tanto perché ovviamente non aveva ne sentito ne capito niente. Papà rideva come un matto e stringendo la sua adorata compagna al petto gli disse: ti sei meritata una piccola vacanza dopo tutti questi anni di grossi sacrifici: andate al mare!
Oh, sì sembra facile dire: andate al mare!
Non è mica come adesso sapete? Intanto bisogna prima scoprire dov’è il mare, si chiese la mamma preoccupata.
Io risposi subito che l’avevo studiato a scuola….e lo conoscevo perfettamente…..e sapevo pure stare a galla, ricordate i tuffi nel torrente? Ah, bèh se sai nuotare allora...
Insomma in quella casa per la prima volta da anni, un raggio di luce entrava a squarciare le tenebre di una vita di sacrifici e rinunce.
Subito mamma iniziò i preparativi chiedendo alle altre amiche cosa bisognava fare e portare. Anche loro non erano molto “esperte” di viaggi transoceanici e decisero di chiedere lumi all’ anziana farmacista del paese che avendo un figlio in Liguria e quindi andandolo a trovare spesso, poteva informare con cognizione di causa su come si viveva “all’estero”.
Non stavo più nella pelle e già mi vedevo marinaio a tutti gli effetti. Io montanaro!
Il viaggio? Un’avventura nel vero senso della parola.
Tutto il paese era, chi alla finestra, chi in strada. La vecchia corriera spalancò la porta davanti. E l’autista in divisa con il cappello scese per l’ultimo controllo di rito. Ricordo che dal cofano anteriore la mascherina a righe rideva…..contenta.
Fazzoletti bianchi agitati e qualche lacrimuccia di rabbia di chi purtroppo era rimasto a casa. La corriera si riempì di mamme e bambini: Noi tutti ai finestrini a salutare anche chi non conoscevamo. Finalmente la partenza…era l’alba e il viaggio sarebbe durato tutto il giorno (dal mio paese il mar-ligure dista circa 200 km,si ma adesso c’è l’autostrada che in un’ora e mezza ci permette già di mettere i piedi a bagno. Ma ai tempi……..
Era bella la corriera, verde scuro e nera con sopra fissato il portapacchi cromato già colmo di valigie per lo più di cartone e legate con le cinghie di cuoio. C’era anche la nostra lassù che si godeva il panorama circostante, felice perché pur essendo nata valigia era la prima volta che andava in viaggio. Era in buona compagnia e ad ogni curva facevano scattare la serratura in un clik clik armonico e felice, tutte contente di vedere per la prima volta….il mare.
Dopo un paio d’ore di statale la sosta per la colazione. L’autista coi baffi accostò in uno spiazzo vicino ad un torrente. Scendemmo tutti alcuni per sgranchirsi le gambe, altri come noi per correre felici e altri ancora più felici per soddisfare i loro bisognini fisiologici dietro le piante che forse non ne gradivano la presenza.
Dal cesto di vimini spuntarono i panini imbottiti e non, qualche banana, della frutta e il sempre presente fruttino che dava forza e allegria oltre che donare in modo disinteressato tutta la dolcezza di cui era dotato.
Due colpi di tromba per avvisare la partenza imminente.
Le mamme salirono più contente di quando erano scese; l’autista prese posto e l’avventura ricominciò. Attraversammo tutta la pianura del Monferrato, l’Alessandrino, Acqui Terme fino a giungere in prossimità del passo che divideva il Piemonte con la Liguria: il Sassello.
La corriera arrancava su per i tornanti facendo sentire ad ogni curva il suono della tromba bitonale. Arrivò trafelata sulla colma…da lì in poi la lunga discesa verso il mare. Già se ne sentiva l’odore e noi sporgendoci dai finestrini giocavamo a chi l’avesse scorto per primo.
La discesa scaldava i freni e ogni tanto ci si doveva fermare per farli raffreddare. Poi improvvisamente dietro la curva apparve in lontananza quella riga blu che divideva la terra dal cielo: in mezzo c’era tutto il mare ma proprio tutto, anzi di più di quello che avremmo pensato.
Ci fermammo in una locanda per il pranzo. Lo ricordo ancora perché prepararono la lunga tavolata sotto la tettoia con la vite (la topia) dove in un angolo un enorme padellone piatto faceva friggere in abbondante olio i tanto desiderati pesciolini fritti.
Una padellata enorme tutta per noi ed era la prima volta in vita mia che potevo attingere a piene mani in quel ben di Dio senza essere sgridato. Mangiammo tanti di quei pesciolini che se avessimo avuto uno specchio avremmo notato anche in noi l’insorgere della pinna caudale. Ricordo anche che mi fecero assaggiare un dito, ma cosa dico un dito….un dito di vinello bianco molto frizzante che pizzicava il naso. L’abbinamento gastronomico pesce + vino bianco lo inventammo noi…..forse!
Una mangiata così non l’avevamo mai fatta. Si, conoscevamo il pesce poiché alcune volte la mamma preparava la trota annegata nel burro o in carpione sotto aceto da mangiare fredda, che qualche amico pescatore ci portava. Ma era pur sempre pesce d’acqua dolce, buono sì ma niente a che vedere con quella frittura di paranza.
Ai tempi non si buttava via niente ed era consuetudine quando quelle poche volte che si andava mangiare in trattoria, di farsi dare dall’oste per portare a casa quello che non eravamo riusciti a mangiare. Tanto era pagato, diceva papà. E in quegli anni del dopoguerra non ci si vergognava affatto.
Se penso per un attimo cosa vediamo ai nostri giorni in pizzeria o al ristorante dove mocciosi della nostra età mangiucchiano di malavoglia quanto gli viene messo sul piatto……..cambiamo argomento che è meglio! Non possiamo dire di non aver provato cosa vuol dire la fame. Altro ché se l’abbiamo provato.
Si riparte….in carrozza! meno male che era tutta discesa perché con tutto quello che avevamo in panza ,i freni già unti dal fritto di pesce non solo si sarebbero riscaldati,ma avrebbero addirittura preso fuoco. Dopo due ore di folle…discesa finalmente arriviamo a Savona.
Ci portarono al porto e per la prima volta provai l’emozione di sostare in banchina sotto “il bastimento”. Com’era grande, immenso…da far paura. L’autista della corriera rideva …lui ci era abituato ai bastimenti.
La sorpresa: si avvicina un marinaio vestito da marinaio…che ci dice di metterci in fila uno dietro l’altro: una mamma un bambino e così via. Noi ci guardammo perplessi. Cosa succede adesso? Succede che il “padrone del vapore” anzi del bastimento ci voleva far visitare la nave.
Già l’emozione di aver visto dal vivo, il mare…..già l’abbuffata di pesce e quel sorso di bianco frizzante che pizzicava il naso e faceva girare la testa….già il fatto di poter sostare sotto il bastimento…ma addirittura salirci sopra…..
Ero talmente emozionato che facendo finta di niente mi guardai nei pantaloni se era tutto tranquillo. Era tutto tranquillo e mi riaccodai alla fila.
Una lunghissima scala era appoggiata sul molo e in alto un’angusta apertura ti permetteva di entrare nella pancia della balena. Le mamme rimasero a prua tutte insieme e noi marmocchi da quattro soldi fummo accompagnati dal comandante a visitare la nave: La sala macchine…uno spettacolo; i diesel accesi facevano un rumore d’inferno…poi la stiva dove le gru calavano enormi pacchi legati con le funi….poi la mensa dove ci offrirono dei biscotti secchi e poi finalmente….il ponte di comando.
Ero ai settimi cieli, non capivo più niente e meno ancora capì quando mi ficcarono in testa il berretto del comandante….e mi lasciarono “girare la ruota”. Sognavo di navigare mari tempestosi in mezzo a bufere e venti sconosciuti……sognavo di partire forse per scoprire le americhe, semmai qualcuno non le avesse, perché distratto, ancora visitate……..
Il risveglio fu la risata del comandante.
Aveva capito cosa stavo provando.
Che emozioni e tutte in un solo giorno. A sesette/otto anni queste emozioni ti rimangono per sempre impresse e quella notte non riuscì a prendere sonno….ma questa è un’altra storia.
Ci fermammo a Spotorno alla Pensione Adele che prendeva il nome della vera proprietaria con i capelli argentati. Occupammo subito le camere assegnate. Erano grandi,spaziose e con il balcone sulla via principale dal quale si vedeva veramente il mare.
Nell’angolo della stanza un lavandino con due asciugamani bianchissimi di lino e la saponetta colorata (nuova) che faceva bella mostra di se. Mamma alzò subito il copriletto per vedere….quello che c’era sotto….e incominciò a disfare la valigia mentre io appoggiato alla ringhiera fantasticavo già di bagni e nuotate…..
Finito di mettere a posto le cose in camera e in attesa della cena ci ritrovammo tutti sul lungomare piastrellato e adornato di grandi palme e di aiuole fiorite. Com’era bello il mare! Tutti noi bambini eravamo pronti al battesimo dell’acqua salata. La cena e poi la passeggiata….Già anche lì una sorpresa. Il carrettino del gelataio con due enormi coperchi lucidati e le fotografie dei gusti proposti….il cioccolato…la crema….la fragola…la nocciola…il fior di latte e il limone. Due palline e il cono fecero la nostra felicità.
Pensate……un gelato a passeggio sul lungomare. Chi l’avrebbe mai detto…eravamo ricchi, veramente ricchi. Il rientro alla pensione e la processione delle mamme al telefono appeso al muro per chiamare a casa…..A casa? niente affatto! Non avevamo mica il telefono a casa….e allora il tabacchino si prestava ad avvisare tutti i papà rimasti che il viaggio era andato bene, il sole era caldo e il mare bagnato e salato al punto giusto.
Oggi è Domenica ed è il vero primo giorno di vacanza….al mare….ma ci pensate gente? Ci accorgemmo che era giorno di festa dal viavai delle tante macchine sulla strada. Erano i milanesi e torinesi ricchi che a bordo delle loro decappottabili si gustavano il caldo sole rivierasco.
Sembrava di assistere alla sfilata di moda….donne molto eleganti in vestiti larghi e sollevati dal vento facevano intravedere le loro grazie attese con gioia dagli anziani seduti sulle panchine. Noi invece non ci facevamo caso perché i nostri occhi erano in spiaggia dove splendide creature in costumi succinti ci deliziavano della loro presenza.
Belle, belle da impazzire, belle non perché “svestite” ma belle perché finalmente potevamo toccare con mano (si fa per dire…) quello che avevamo solo visto di sfuggita nei giornali. E poi ci sorridevano tutte, felici di “provocare” nel senso buono... cataclismi interiori in noi poveri bambini desiderosi di crescere in fretta per poter “ricambiare” in qualche modo i “sorrisi” ricevuti.
Stranamente le nostre bambine di piazza a cui eravamo molto legati e pure affezionati non ci fecero più nessun effetto. Erano troppo piccole….e piatte….invece la maestosità delle provocanti curve offerte da quelle giovani donne, quelle vere, quelle già grandi ci facevano impazzire e si rimaneva estasiati di fronte a tanta bellezza e….prosperità. Altro che indossatrici anemiche e abuliche…altro che diete da grissino…Belle, piene al punto giusto, da gustare con calma azzerando progressivamente la salivazione…. ah, le maggiorate……che grande dono di Dio.
Il primo impatto con le onde non fu traumatico in quanto ero già abituato a stare a galla nei fiumi, piuttosto la lotta contro i “cavalloni” era impari: vincevano sempre loro e mi catapultavano facendomi fare il triplo giro se non della morte…..del ferito! Poi ci presi gusto e da quel momento non solo di andavo cercare ma li aspettavo sotto casa…….La pensione Adele disponeva di cabine, ombrelloni e sdraio, ma in numero insufficiente per tutti noi così decidemmo noi ragazzi…di fare due a due.
Io lasciavo la mamma con una altra mamma e mi sistemavo con la vicina che non conoscevo ma che vedendo la misura del seno mi dava tanta fiducia…La mamma non voleva che parlassi con gli estranei, ma con questa gentile signora attaccai bottone…..garantendomi un posto di riguardo qualora venisse a piovere o a far freddo. Io ci stavo in piedi sotto il suo seno e visto dal basso verso l’alto credetemi, era tutta un’altra (piacevole)…vista…….
A mezzogiorno in punto suonava la campanella del pranzo. Ricordo che il menù era fisso e al mattino durante la colazione, la signora dai capelli argentati ci chiedeva sempre cosa volevamo mangiare. A me andava bene di tutto….sono sempre stato di bocca buona, difatti a me le donne piacciono tutte: bionde, brune, rosse…..l’importante è che respirino (dice il saggio piemoncinese).
La settimana passò in fretta e al sabato pomeriggio ci dissero di andare alla stazione. Veramente ci fu detto da amici più grandi di noi e come sempre succede, ai grandi si da sempre ragione e ascolto.
Perché in stazione? Perché arrivava, dicevano….il treno dei cornuti. Dei cornuti? Esattamente! Era il famoso treno dei mariti che lavorando tutta la settimana andavano a trovare moglie e figli al mare nel fine settimana.
Mio padre venne in moto e quindi non essendo venuto con quel treno era dispensato dai cattivi pensieri popolari…….Non ci riconobbe subito perché avevamo già preso l’intera abbronzatura disponibile sul mercato. Io poi essendo biondo e di carnagione piuttosto chiara non mi abbronzavo….arrossivo talmente tanto che mi usavano….a volte come semaforo. Io il rosso, il mio amico Giulio il verde, per via dei continui dolori di panza e l’altro amico, il Gastone che diventava sempre più giallo a causa di un problema di fegato mai diagnosticato.
Feci amicizia con una bella ragazzina di un anno più grande di me. Mi piaceva perché biondina, non tanto secca e già con un inizio di tettine che promettevano bene. Il cerchietto dietro i capelli le donava molto e in una sera di luna piena, ululai dal molo il mio amore per lei.
Mi arrivò in testa uno stivale da marinaio che non gradiva i miei lamenti e io gli rinfacciai che faceva così perché non conosceva l’amore, quello vero. Mi rispose con un sorriso a denti alternati, la pipa di traverso in bocca e abbracciato a due gentilissime donne abbastanza succinte ma avanti con la maturazione che addirittura mi invitarono ad unirmi a loro. Vieni qui che ti facciamo conoscere il vero amore….dissero sghignazzando.
Sapevo benissimo quello che volevano: Lo avevo imparato da quelli grandi che a volte si lasciavano convincere. Contai velocemente gli spiccioli che avevo in saccoccia: erano pochi e dissi: o l’avventura marinara o il gelato domani con la mia biondina. Non riuscivo a decidere e loro invece di incoraggiarmi mi sbeffeggiarono in modo addirittura volgare. Meglio così…avevo solo otto anni e il tempo era dalla mia parte. Solo che volevo imparare l’arte prima di metterla da parte….come diceva sempre mio padre.
Tanto lo sapevo che avrei ben presto imparato l’arte in quanto in paese c’era sempre la grandicella evoluta che ti spiegava il funzionamento…..il tuo…perché il suo lo conosceva a memoria. Erano i tempi delle famose “navi scuola” quelle istituzioni di volontariato composte da brave ragazze più grandi che con grande sacrificio e santa pazienza ti prendevano per mano conducendoti nei meandri del presunto peccato, chissà perché definito dal nostro Don di paese come peccato mortale.
Era così bello quel peccato che solo chi non ha provato non può capire. Diceva anche che peccando in solitudine era l’inizio di una cecità precoce che ti avrebbe inesorabilmente colpito. Più tardi capì il perché tanti ragazzi avevano gli occhiali già da giovanissimi e impaurito dalla percentuale così elevata abbandonai la palestra per single per traslocare in quella di coppia anche se l’abbonamento era molto più costoso…
La vacanza finì purtroppo e il giorno del rientro si avvicinava, Il dover preparare le valigie per il ritorno fece scattare in me quella molla di girovago mai più con bagagli appresso e iniziò così da quella vacanza il desiderio di libertà che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita.
Venne l’inverno, il freddo e brutto inverno che solo da noi all’estremo nord della bella penisola era lungo, freddo e nevoso. Ai tempi…..non potevo più andare a scuola in moto in quanto impossibile riuscire a tenerla in piedi, visto lo stato delle strade. Sì, che passava il grosso camion con la lama spartineve ma solo al centro della carreggiata e tutti noi, tutti indistintamente dovevamo pulire la nostra porzione di marciapiede e strada comunicante. Papà e mamma si alzavano alle cinque per andare al lavoro sperando di non perdere la corriera delle sei e non facevano ritorno fino a praticamente ora di cena. Che vita ragazzi!
Sì, a volta usavamo la slitta, più per gioco che per necessità, perché d’accordo che si veniva giù a folle velocità e ci si divertiva, ma poi bisognava risalire e gli skilift non li avevano ancora inventati. La discesa poi durava un infinitesimo nei confronti della risalita e dopo un po’ ti stancavi del gioco e tutto tornava come prima: grigio e triste.
Non avevamo il riscaldamento in casa: solo la grande stufa a legna in cucina con la piastra in ghisa fatta a cerchi concentrici che si mettevano e toglievano in base alla larghezza della pentola che ci finiva sopra.( il putagè) A fianco una vaschetta rettangolare col coperchio era sempre piena d’acqua calda per le bisogna. Il camino lo chiamavo “il ragno” perché dotato di bacchette pieghevoli per stendere i panni e farli asciugare. Ricordate il cerchio avvitato al camino con tutte quelle bacchette? A fianco il supporto per il mestolo e il ferro a uncino per mettere e levare i cerchi della piastra?
La camera da letto era completamente ghiacciata o quasi…..ci si cambiava in cucina, al caldo la sera prima di andare a nanna e poi velocemente si saliva il piano di scale per non disperdere quel calore del corpo. Di corsa sotto le coperte rivoltate fin sotto il naso e a volte anche con la cuffia di lana per proteggere la “centrale operativa” e non causare danni da raffreddamento.
Quando la temperatura scendeva ancora di qualche grado e i ghiaccioli adornavano le finestre, la mamma mi infilava nel letto “ la mugna”: trattasi di braciere con intelaiatura di legno che teneva sollevate le coperte a mo di slitta. Allora sì che si stava bene avendo solo però l’accortezza di non bruciarsi i piedi. Al mattino si scendeva in fretta in cucina (già caldina) per lavarsi, fare colazione con la scodella di caffelatte e un cucchiaino di ovomaltina e prepararsi per andare a scuola.
Che tempi ragazzi e che freddo. Dovevamo andare a scuola a piedi quando nevicava.Circa quaranta minuti buoni di scarpinata sotto i fiocchi: odiavo la neve e per me non c’era niente di poetico ne di fascinoso. Scarponi di cuoio duro, suola di gomma vibram a carroarmato. Pastrano, guanti e cuffia di lana.
La cartella in spalla e un bastone per tentare un maldestro appoggio sulle lastre di ghiaccio vivo. Adesso se fossi piccolo come allora, forse la mamma mi accompagnerebbe a scuola in SUV parcheggiando regolarmente sul marciapiede e abbottonandomi il monclair in vera piuma d’oca, calzando gli stivaletti firmati, lo zainetto di moda e al rientro a casa farei i compiti nella mia cameretta davanti al computer con 23 gradi costanti, garage compreso.
Per fortuna l’inverno da noi durava poco: all’incirca 5 mesi…….e poi finalmente la primavera. Ce ne accorgevamo perché dal mezzo delle cacche delle mucche fumanti appoggiate sulla neve quasi sciolta, spuntavano i fiorellini gialli dando colore, vivacità al paesaggio e noi si ritornava a vivere.
Non conosco perfettamente gli inverni dei miei coetanei figli di contadini; forse loro stavano meglio di noi figli di operai: Non lo so e mi piacerebbe che qualcuno scrivesse di questo. Così per ricordare e mai dimenticare. Anche se a volte si andava a trovare altri amici in cascina e ci si ritrovava tutti nella stalla scaldata dall’alito caldo dei bovini, caprini e maialini……..I vecchi nonni e i giovani padri si scambiavano feroci sguardi sbattendo con forza pugni sul tavolo e le carte da gioco.
Il bicchiere di vino rosso sempre presente per tutti e le nonne avvolte in fazzoletti scuri e con le maglie di lana spessa fatte all’uncinetto discutevano del come e perché la vita andasse avanti lo stesso. Le mamme invece rammendavano le nostre calzette, i buchi delle maglie e quelle brave rivoltavano le giacche e i pantaloni facendo finta che fossero nuovi e diversi…..quanta povertà negli occhi e nel cuore!
Questa era la vita di paese dagli anni cinquanta all’inizio dei sessanta.
Del mio paese! ….poi…
Ma io non ero più lì…..io ero emigrato in un lontano paese al di là del mondo conosciuto.
Silvio