Inserito il 19/11/2009 alle: 15:04:44
Dolce per l’anima
Il capo che ha la luna storta, l’autobus che ci parte sotto il naso, il computer che dà i numeri. Eh sì, ci sono giornate in cui nulla va per il verso giusto. Eppure, a volte, basta il conforto di un paio di bonbons per ritornare a vedere qualche sprazzo di rosa. Il grado di piacere che procura la cioccolata oltrepassa largamente la semplice barriera del gusto ed esistono ragioni scientifiche per spiegare questo fenomeno. I sentimenti e le nostre emozioni, infatti, vengono influenzati dal cibo e da determinate sostanze in esso contenute che, durante la digestione, agiscono sul sistema nervoso e sulla produzione di ormoni. In pratica, alcuni composti presenti nei vari alimenti stimolano il cervello per mezzo di messaggeri chimici, i neurotrasmettitori, che consentono alle cellule nervose di “dialogare” fra loro arrivando a determinare anche le sensazioni e gli stati d’animo.
Al cioccolato è stata attribuita la capacità di favorire la produzione di serotonina, chiamata anche “neurotrasmettitore del buonumore”: questo ormone possiede, infatti, un’azione stimolante sul sistema nervoso, agendo sull’umore, sul sonno e sull’appetito. Tra i neurotrasmettitori, ve ne sono alcuni, le ammine biologiche, che si trovano nel vino, nei formaggi, nei salumi e anche in cacao e cioccolato: il denominatore comune è che si tratta di prodotti tutti derivanti da fermentazioni, ovviamente diverse. Tra queste vi è la feniletilamina. Si tratta di una sostanza euforizzante e antidepressiva che il nostro organismo è in grado di produrre anche da sé quando si provano emozioni molto intense come l’innamoramento. È stato detto che la feniletilamina dà la sensazione di… trovarsi su un ottovolante. Ma il cioccolato come è noto è anche fonte di piacere, in quanto induce la secrezione di endorfine, sostanze prodotte dal cervello che innalzano la soglia limite del dolore e danno euforia diminuendo, per contro, la secrezione di catecolamine, generatrici di stress. Parliamo, ora delle anandamidi, contenute sempre nella nostra tavoletta. Il nome deriva dal sanscrito “ananda”, che significa felicità. Vengono definite anche “endocannabinoidi”, perché nel cervello si legano agli stessi recettori della marijuana: sono sostanze presenti anche nel latte materno e bovino, ma in quantità troppo limitate per avere una funzione psicosomatica o generare dipendenza. id="size3"> id="purple">